Terroristi dell’Isis in Italia: «Pericolosi perché perfettamente integrati»

Si mimetizzano nella normalità quotidiana. I loro figli magari sono compagni di classe dei nostri. Lavorano insieme a noi. Sono i vicini della porta accanto. Insomma, da quanto affermato e ricostruito in un passaggio della sua requisitoria dal procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli, i jihadisti dell’Isis «sono persone inserite, coi documenti in regola, che vivono e lavorano accanto a noi».

Terroristi dell’Isis in Italia: «Pericolosi perché integrati»

Come in un celebre film del 1999 – Arlington Road. L’inganno, con Kurt Russell – i terroristi dell’Isis potrebbero essere i nostri vicini di casa, quelli che incrociamo ogni giorno al portone; con cui scambiamo magari anche i convenevoli di rito, senza sapere cosa cova nelle loro menti; cosa potrebbero ordire semplicemente mettendosi al computer. E allora, lo ha spiegato bene il procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli nel corso del dibattimento a carico del pakistano Muhammad Waqas e del tunisino Lassaad Briki, arrestati lo scorso 22 luglio con l’accusa di terrorismo internazionale. I due, entrambi regolari e con un lavoro a Manerbio (Brescia), in particolare, parlavano nelle intercettazioni di attentati da compiere in Italia, tra cui un’azione contro la base militare della Nato di Ghedi, nel Bresciano. Oggi, a meno di un anno di distanza dagli arresti eseguiti dalla Digos, arriva la sentenza nell’aula bunker davanti al carcere di San Vittore a carico dei due presunti terroristi legati al sedicente Stato islamico e autori degli ormai famosi selfie di propaganda e minacce davanti al Duomo di Milano e al Colosseo di Roma venuti a galla dodici mesi fa.

Pm di Milano chiede la condanna a 6 anni per Briki e Waqas

E così, il procuratore aggiunto Romanelli e il pm Enrico Pavone hanno chiesto due condanne a 6 anni di carcere per Briki, 36 anni, addetto alle pulizie, e Waqas, 28 anni, autista di una ditta di distribuzione alimentare, arrestati lo scorso 22 luglio per terrorismo internazionale perché legati all’Isis e in procinto, secondo l’accusa, di passare all’azione con attentati in Italia. Prima dell’epilogo, però, il pm Romanelli ha parlato di come il «mondo abbia deciso in questi ultimi due anni di reagire alla minaccia dell’organizzazione terroristica Stato islamico» e ha descritto la «straordinaria pericolosità del fenomeno dei foreign fighters soprattutto per i Paesi da cui partono e in cui transitano» e il «salto di qualità incredibile del terrorismo jihadista in Europa». Non solo: il magistrato ha poi ricordato alcune intercettazioni dell’inchiesta nelle quali, ad esempio, Briki diceva di volere «entrare in una base militare in un Paese di miscredenti (…) una bella botta (…) se non ammazzo brucio un aereo». E dopo gli arresti, ha aggiunto il pm, il quadro si è addirittura aggravato perché gli inquirenti sono riusciti a recuperare anche alcune chat tra Briki e un tunisino che dimostrano, secondo l’accusa, che «l’Isis aveva preso in carico Briki e lo aspettava in Siria», dove sarebbe arrivato passando per la Turchia. «Io andrò se Allah vuole in traghetto», diceva Briki, lo scorso 18 luglio prima di essere arrestato. Mentre nel tablet di Waqas, dopo gli arresti, gli investigatori hanno trovato una vera e propria «guida del mujahidin in Occidente» intitolata How to survive in the west. I due, ha spiegato Romanelli, stavano seguendo delle «regole per rendersi invisibili e il più possibile occidentali», per poi «colpire in modo anche rudimentale», passando così dalla «militanza da tastiera, a quella reale», cercando di reperire armi come kalashnikov o fabbricare «bombe artigianali». E nella diversità d’intervento che ognuno aveva scelto, un elemento, sottolineato dal Pm Pavone, emerge chiaramente: «Fanno parte dell’associazione terroristica più pericolosa e più sanguinaria al mondo: e i due erano ancora più pericolosi perché perfettamente integrati».