Uno statale su tre batte la fiacca: ecco il manuale per non lavorare

Riecco la pubblica amministrazione, una macchina meticolosa, iper burocratizzata, il cui unico scopo è quello di normare ogni singolo aspetto della nostra vita, a costo di cadere in paradossali assurdità. Tutte puntualmente elencate con sottile e perfida ironia dal dottor Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale, autore del libro “Non ci credo, ma è vero” (Historica Edizioni). Amendola, già protagonista di due romanzi, altri non è che la creazione letteraria di Alfonso Celotto, 50 anni, costituzionalista, docente universitario, collaboratore giuridico di diversi ministri, si legge su “Libero“.

Burocrazia è  gabbia che non bada mai al risultato per il cittadino

«Per noi italiani la legge deve disciplinare tutto, fino all’ultimo dettaglio. Cinquant’anni fa avremmo fatto una norma scrivendo che “sono giustificate le assenze motivate”. Oggi si scrive che “sono giustificate le assenze dovute a: sciopero, terremoto, ritardo dei treni, e via elencando venticinque cause”». Non è meglio? «No. Se ci si dimentica di scrivere “ritardo degli aerei” quel caso non è contemplato dalla norma. Se poi si verifica il sistema impazzisce». Cos’è la burocrazia? «È una gabbia che non bada mai al risultato per il cittadino, ma alla forma. Tanto da produrre il paradosso dell’asilo nido». Ovvero? »Tu puoi rispettare il codice per gli appalti, fare una gara ineccepibile e costruire un asilo nido in un paesino abitato da soli vecchi». E a che serve? «A niente. Ma nessuno ha scritto che l’opera pubblica debba servire veramente, l’importante è che sia fatta, come direbbe il dottor Amendola, “ai sensi e per gli effetti della normativa vigente”».

Quante leggi ci sono in Italia? «Circa 190 mila». Quante ne basterebbero? «Direi 5mila».

Per il dottor Amendola molti statali hanno acquisito il diritto a un reddito di cittadinanza». È così? «È un fatto storico. Quando la capitale venne trasferita a Roma, i Sabaudi erano odiati. Quindi cosa fanno? Per fidelizzare la popolazione assumono in sovrannumero cittadini romani. Risultato? Dai a questa popolazione un reddito di cittadinanza, al tempo stesso sorge il diritto a non lavorare. Se l’ufficio aveva in ruolo venti persone e tu ne aggiungi dieci, queste dieci non servono a nulla». “Lo statale è un fannullone” è un luogo comune? «Fa poco, rispetta la forma. Io non sono contro gli statali, ma c’è un serio problema culturale nel pubblico impiego. Ci sono dipendenti capacissimi, ma sono schiavi del mansionario». Cioè? «È un elenco scritto in burocratese su cui sono specificati i compiti. Se non c’è scritto nel mansionario del vice capo ufficio di fare fotocopie, lui non le fa. Magari uno è bravo a svolgere un compito ma la domanda cruciale è: c’è nel mansionario?». È pazzesco. «Su tré milioni di statali lavorano la metà, forse meno. Gli altri sono scartati dal sistema».