Roma o Milano, il centrodestra deve comunque giocarsi le sue carte

Se Giorgia Meloni e Matteo Salvini avessero deciso di correre da soli in nome delle primarie negate da Berlusconi, oggi la rottura del, centrodestra a Roma sarebbe un fatto politico e non, come invece è, una questione nominalistica. Circostanza, questa, che per più di un osservatore dovrebbe fungere da polizza assicurativa sull’unità della coalizione poiché consente a chi la guida di circoscriverne la crisi al Campidoglio. Non è un’analisi sballata, ma sarebbe ancor più convincente se l’epicentro dello scontro non fosse Roma con il suo peso, il suo valore simbolico e – soprattutto – con la sua capacità di condizionamento degli equilibri politici nazionali. Appare perciò più realistico sostenere che ora il centrodestra ha di fronte a sé due modelli: Roma, appunto, e Milano, dove si presenta compatto a sostegno di Stefano Parisi. Un doppio test che servirà a certificarne la capacità di sopravvivere alla leadership berlusconiana. Già, perché se c’è un elemento inedito che emerge dall’ingarbugliata vicenda romana è che per la prima volta il Cavaliere non ha fatto seguire alla rottura della coalizione la consueta sequela di anatemi che in passato, nell’ordine, ha colpito Follini, Casini, Fini, Alfano e Fitto. Se oggi uguale “scomunica” non si abbatte sull’eresia capitolina è solo perché il vecchio leader ha capito che deve passare la mano. Ma poiché Berlusconi leader lo non è per caso, tempi, modi e erede li vuol decidere lui. Certo saranno i risultati elettorali a stabilire se sarà Milano piuttosto che Roma o viceversa a tracciare il solco entro il quale prenderà forma la nuova coalizione, ma solo l’esito del referendum confermativo del prossimo autunno potrà pronunciare una sentenza definitiva in tal senso. Dovesse vincere il “no”, ne farebbe infatti le spese anche l’Italicumvalido solo per l’assemblea di Montecitorio e non anche per il Senato. Se non passa la trasformazione della Camera “alta” in super consiglio regionale, l’attuale legge non ha più ragione di esistere. Se ne dovrà per forza approvarne un’altra e solo da quella che il Parlamento sfornerà, capiremo se la politica italiana, di centrodestra continuerà ad averne solo uno.