La rivoluzione culturale di Mao, i milioni di morti: la Cina si “vergogna”

Contrordine compagni: mezzo secolo dopo, la Rivoluzione culturale fu un grave errore:  il Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del Partito comunista cinese, prende posizione e rimanda alla “autorevole” conclusione raggiunta dal Partito nel 1981 sulla condanna dell’azione politica voluta da Mao Zedong.

La Rivoluzione culturale di Mao: un argomento scomodo

Con il gigante asiatico a tutta dritta sulla rotta del capitalismo, l’ultimo atto dell’inversione di marcia cinese prevede la revisione della complessa e controversa eredità di Mao. Non a caso, allora, l’anniversario della “circolare del 16 maggio” del 1966, che diede il via alla campagna di pulizia del Partito comunista cinese da tutti gli «elementi borghesi infiltrati nel governo e nella società», è stata ignorata dalla stampa e, sul fronte istituzionale, non è prevista alcuna commemorazione ufficiale. Di più: la Rivoluzione culturale fu un grave errore, si arriva a scrivere, e il Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del Partito comunista cinese, prende addirittura posizione contro, e rimanda alla “autorevole” conclusione raggiunta dal Partito nel 1981 sulla condanna dell’azione politica voluta da Mao Zedong. Lo scopo di rivitalizzare la spinta rivoluzionaria, risoltasi nella eliminazione degli oppositori e nel decennio di «caos interno ed enorme disastro», causò «gravi danni, lasciando dolori permanenti a molti cinesi». Rifiutare del tutto i valori della Rivoluzione culturale «aiuterà la società cinese a restare vigile contro il pericolo di ogni genere di disordine». Il Partito ha sempre evitato di tenere pubbliche discussioni sul tema, temendo di mettere a rischio la propria legittimità e di dare il via a critiche contro lo stesso Mao, fondatore dello Stato e figura più riverita del Partito. Ieri, dunque, l’anniversario non ha registrato alcuna manifestazione celebrativa ufficiale ed è stato di fatto ignorato dai media.

Un passato sanguinoso relegato nel silenzio istituzionale e mediatico

Rivisitazioni postume? Corsi e ricorsi della storia? Tant’è: oggi la Cina invece di tornare a fare i conti con un sanguinoso passato, prova a ripartire dalla sua silente negazione. Del resto, i suoi evidenti richiami all’attualità potrebbero accrediatre verità moderne ancora più scomode da giustificare e allora, meglio calare un velo di eloquente mutismo revisionista sull’operato di Mao che, con l’assalto delle sue giovani “Guardie Rosse”, puntava a consolidare il potere eliminando avversari politici come Deng Xiaoping, Liu Shaoqi e Xi Zhongxun, ministro sotto il “grande timoniere” e padre dell’attuale presidente Xi Jinping, arrestato e torturato. La rivoluzione ebbe inizio quando Mao dichiarò che intellettuali e sostenitori segreti del capitalismo stavano minando gli ideali della rivoluzione comunista del proletariato. Quasi due milioni di presunti traditori furono imprigionati e uccisi (figli che denunciavano genitori, esecuzioni sommarie e varie umiliazioni per professori e intellettuali), o decisero di suicidarsi nel decennio 1966-76, vittime dell’impegno rivoluzionario contro la lotta di classe, l’egualitarismo radicale e la mobilitazione popolare. All’inizio non fu ben compresa, ma si trasformò in un movimento violento tra epurazioni, manifestazioni di massa, scontri tra fazioni ed esilio della gioventù istruita. Un tema che a 50 anni di distanza resta terribilmente scomodo, non solo nel Partito comunista, con l’inevitabile richiamo a un presente di regime e di censure di regime. È raro ascoltare ancora “Navigare per i mari dipende dal Timoniere”, l’inno della Rivoluzione. Adesso, la linea ufficiale adottata su Mao è che le sue idee erano «buone al 70% e cattive al 30%».