Le profezie di Spengler ottanta anni dopo: l’Europa non può più ignorarle

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“La storia dell’umanità è la trasformazione dell’unità vitale ‘uomo’ sullo sfondo della trasformazione dell’universo”. E’ un appunto di Oswald Spengler, scomparso ottanta anni fa a Monaco, lucido profeta del declino della civiltà occidentale preda della meccanizzazione delle società e dei sentimenti. Esponente della Rivoluzione conservatrice ma soprattutto pensatore tragico, inviso agli aedi dell’ottimismo progressista per la sua principale opera, Il tramonto dell’Occidente, che vide la luce tra il 1918 e il 1922. Tenuto ai margini come pensatore scomodo, deriso da Benedetto Croce che lo definì pseudoscienziato, fu in parte riabilitato da Theodor W. Adorno che lo reputò oculato profeta delle manipolazioni dei media e dell’industria culturale. Il Tramonto viene riconosciuto come libro-modello dello studio di S. Huntington, Lo scontro delle civiltà, che nel 1996, sessanta anni dopo la morte di Spengler, rimetteva l’Occidente dinanzi alla prospettiva della catastrofe. Tema attualissimo, soprattutto in questi mesi di confronto acceso tra civilizzazione europea e Islam fondamentalista.

Ma è lo Spengler filosofo della storia che sprigiona ancora oggi il fascino irresistibile di chi seppe guardare oltre la metafora dell’ineluttabile progresso per guardare alle civiltà come “forme” destinate ad evolversi, maturare e decrescere. “I due pilastri di questa rilettura del­la storia – fece notare lo storico Franco Cardini – sono da una parte la teoria greca e nietzscheana dell’Eterno ritorno, profondamente opposta al finalismo biblico ed hegeliano, dall’altra la cultura della decaden­za. Dinanzi alla rovina del vecchio equilibrio mondiale avvenuta con la guerra, che aveva indirizzato al­la distruzione tutte le risorse tecni­che, scientifiche e sociali della mo­dernità, Spengler diveniva un pro­feta del nuovo mondo come tabu­la rasa, civiltà della forza, delle mas­se e delle macchine. In ciò il suo messaggio conservatore finiva con il confinare con l’energia nichilistica e rivoluzionaria delle nuove avan­guardie… Se il capitalismo borghese aveva con­dotto la civiltà europea alla rovina, per impadronirsi della sua eredità non restava che compierne para­dossalmente l’opera rivolgendola contro di esso. In tal modo, il con­servatore Spengler diveniva a sua volta un araldo della rivoluzione: e il suo concetto di ‘Rivoluzione con­servatrice’ finiva con l’andare il ta­le senso. Il che spiega l’equivoco che fece scorgere in lui un profeta del nazionalsocialismo, mentre dal canto loro i nazisti ne diffidarono e finirono col considerarlo un nemi­co: anche a causa del suo ostinato rifiuto a collaborare con loro”. Tutta da approfondire, invece, l’influenza di Spengler sul fascismo e su Benito Mussolini,che firmò l’introduzione alla traduzione italiana, nel 1928, del saggio spengleriano Regresso delle nascite, morte dei popoli. Sarà invece Julius Evola, il filosofo punto di riferimento dell’ultradestra italiana, a curare nel 1957 la traduzione integrale in Italia del Tramonto per l’editore Longanesi.

Uno dei punti più discussi delle sue profezie – come annota Emmanuel Mattiato – “è quello dell’imminente invasione dell’Occidente a opera delle ‘razze di colore’ (una profezia comunque abbastanza corrente in quegli anni). Nel primo dopoguerra egli augura la restaurazione dei valori del prussianesimo e di un supposto ‘socialismo tedesco’ e rimane convinto che l’Occidente avrebbe rallentato la propria fine soltanto accettando o subendo la guida della Germania per il dominio geopolitico del continente; solo la Germania – e non certo la Gran Bretagna o gli Stai Uniti, culle del liberalismo e dell’individualismo – è allora in grado, secondo lui, di protrarre il declino della Vecchia Europa, la quale, prima o poi, finirebbe per essere fatalmente soverchiata dall’Asia (Russia compresa) o dall’Africa”.

Oswald Spengler era nato il 29 maggio del 1880 a Blankenburg da un alto funzionario delle poste e da una madre dedita all’arte. Affascinato dagli studi classici, si laureò con una tesi su Eraclito. Divenne poi professore di matematica e scineze naturali ma dopo i trent’anni lasciò l’insegnamento. A Monaco, nella casa dove viveva con una delle sue tre sorelle, elaborò e scrisse Il tramonto dell’Occidente, grazie al cui successo divenne uno degli intellettuali più famosi tra le due guerre. Di fondamentale importanza anche il saggio L’uomo e la tecnica (1931) dove Spengler mette a punto il paradigma dell’uomo faustiano che trasforma il mondo naturale in mondo artificiale, l’ultima forma, appunto, che la civiltà occidentale è destinata ad assumere. Una lettura cruciale nelle riflessioni e nei romanzi di un altro grande del Novecento, Ernst Jünger.