Populismi e interesse nazionale: da Vienna lezioni a Salvini e Meloni

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Per la sconfitta di Norbert Hofer, battuto al secondo turno delle presidenziali in Austria dal verde Alexander Van der Bellen per 31.026 voti (2.254.484 voti pari al 50,35% contro 2.223.458, pari al 49,65%) il più dispiaciuto è Matteo Salvini. Il leader della Lega considera il Fpoe a tutti gli effetti un partito fratello col quale mantiene e cura i rapporti da anni. E, così, egli ha inviato un «abbraccio agli amici del Partito della Libertà austriaco, alleato storico della Lega, sconfitto per una manciata di voti (arrivati per posta…) da un’ammucchiata di socialisti, democristiani, verdi e compagni». Il leader del Carroccio conclude che «Germania, Austria, Francia, Polonia, Ungheria, Finlandia, Gran Bretagna e Italia: in Europa soffia aria di libertà, la gente vuole più lavoro e meno immigrazione, più diritti e meno euro-burocrati».
Più defilata appare Giorgia Meloni, sia perché Fdi, partito erede di An, non vanta gli stessi legami dei leghisti, sia perché la leader di Fratelli d’Italia è impegnata in una difficile performance politica e personale quale candidata sindaco nelle amministrative romane. Pur tuttavia, la Meloni aveva commentato la vittoria al primo turno, col 35 per cento dei voti di Hofer come un «sonoro schiaffo a questa Unione Europea in mano a lobbisti e banchieri e un chiaro no alle irresponsabili politiche di accoglienza incontrollata di chi ci governa».
Salvini se l’è presa con la maggioranza dei media italiani dicendo – col suo consueto stile abrasivo ma con qualche ragione – che «nove giornalisti italiani su dieci non sono uomini, sono servi». Certamente gran parte dell’informazione è apparsa schierata prima e durante il ballottaggio e nei commenti post-voto i toni e i contenuti sono apparsi fuori misura, talvolta neppure adeguati ai “numeri” usciti dalle urne: comunque quasi metà degli austriaci hanno votato per il Partito della Libertà e per batterlo, di un soffio, si sono dovuti mettere insieme tutti gli altri, dai conservatori ai socialdemocratici, ai verdi del vincitore Van der Ballen. Il quale ha dimostrato molto più buonsenso dei suoi tifosi in Italia e in Europa, dichiarando da neo-presidente della Repubblica che «l’Austria è un grande paese e una metà è importante quanto l’altra». Così come, pur nell’amarezza di una vittoria mancata, Hofer ha detto: «Mi sarebbe piaciuto prendermi cura di questo bel Paese. Vi resterò comunque fedele». La Nazione, quindi, resta il valore condiviso dei due contendenti. Hofer battuto di un soffio: il “catenaccio” comincia a incepparsi.

Alcune considerazioni a freddo sul voto austriaco sono d’obbligo

La prima riguarda un errore diffuso. Parlare di “sollievo” – lo ha fatto in particolare il ministro degli Esteri italiano Gentiloni, come altri uomini di governo europei che si sono allineati alla parola d’ordine del primo ministro francese Manuel Valls – per la mancata vittoria del Fpoe dimostra miopia politica. Il partito di Hofer oggi rappresenta da solo quasi il 50 per cento degli austriaci, è il primo partito del paese e tutto fa pensare lo sarà anche alle prossime elezioni politiche nelle quali il suo leader Heinz-Christian Strache si candiderà alla carica di Cancelliere: difficile dire se potrà farcela, ma è molto probabile che il Partito della Libertà entrerà al governo, con una maturità diversa dal passato, quando le sue brevi esperienze in esecutivi di coalizione finirono male. Ed è un errore credere che il “catenaccio” del tutti contro uno funzionerà sempre: le elezioni per la presidenza austriaca dimostrano che comincia a incepparsi. Si ricorda spesso il famoso ballottaggio per l’Eliseo tra Chirac e Le Pen nel 2002 che si concluse con 82,2% contro il 17,8% a favore del primo: allora funzionò il patto “repubblicano”, in forza del quale il candidato della destra moderata stravinse perché votato anche dalla sinistra che al primo turno ebbe un risultato disastroso. Ma, adesso, si dimentica che sono trascorsi quattordici anni nei quali l’Europa è stata attraversata da fenomeni epocali come la pressione migratoria, il terrorismo islamista, il blocco della crescita, la crisi dell’Ue: fattori che fanno da moltiplicatore per il dilagare dei partiti populisti. Alle prossime elezioni presidenziali in Francia non concorrerà il vecchio Jean-Marie, ma la “nuova” Marìne, che interpreta alla perfezione il fenomeno nuovo del populismo europeo. Si dice anche che il “catenaccio” sia stato efficace anche nel secondo turno delle più recenti elezioni regionali francesi, tenutesi nel 2015, quando il Front National si è classificato primo in molte regioni, ma non é riuscito a conquistarne nemmeno una, proprio perché tutti gli altri, dai Repubblicani di Sarkozy ai socialisti di Hollande, nella maggior parte dei casi, si sono messi d’accordo e si sono votati tra loro, spartendosi le presidenze. Ma è anche vero che, ciononostante, in alcune regioni i candidati più visibili del FN – come Marion Le Pen in Provence-Alpes-Côte d’Azur – sono stati battuti con differenze percentuali inferiori al 10 per cento e, dove il catenaccio non era in vigore, i candidati lepenisti hanno perso per pochi punti la partita a tre col centrodestra e le sinistre. Complessivamente il partito della Le Pen ha tuttavia triplicato i seggi nei consigli regionali.

Populisti di governo: eugenetica dei “vecchi” contro le nuove “razze politiche”?

Ora, pur non volendo dare una lettura uniforme di quanto accade in paesi europei così diversi tra loro, quali sono la Francia e l’Austria, le presidenziali in quest’ultima, dove il Fpoe ha sfiorato il 50 per cento – il che fa vedere quanto passatista e poco idoneo sia il paragone col ballottaggio francese tra Chirac e Le Pen senior – dimostrano che l’ascesa delle destre populiste è progressiva e, nel breve o medio periodo, irreversibile: le distanze tra le destre “nuove” e le “vecchie” destre e anche le sinistre – per lo più conservatori e socialisti – sono destinate ad aumentare a favore delle prime, man mano che il tridente migrazioni-terrorismo-crisi economica scenderà sempre più nel “soft underbelly” – nel “ventre molle” di churchilliana memoria – cui si è ridotto ormai l’intero Continente europeo. Siamo alla vigilia dell’epoca della “destra populista” che va al governo in molti paesi europei, come fenomeno complessivo e non più “eccezione” capitata ad alcune nazioni, come la Polonia e l’Ungheria, magari con la semplicistica spiegazione della “reazione” a un passato da paesi dell’Est. Ma – questo il secondo punto da guardare da vicino – è un grave errore minare lo stesso concetto di democrazia politica, mettendone in discussione i fondamenti: tutti i voti sono legittimi, chiunque si presenti alle elezioni ha il diritto di vincere e di governare e non ci possono essere partiti ai quali – è il paradosso che illumina questo scorcio di contemporaneità politica – con un pregiudizio di eugenetica politica è preclusa l’agorà. Il che equivarrebbe a una discriminazione nei confronti di quelle “razze politiche” giovani considerate “unfit”, non adatte a competere e governare; valutazione che inevitabilmente colpirebbe qualche decina di milioni di cittadini europei che, stanchi del polveroso e sgangherato mercato politico di ieri, si rivolgono a diversi sbocchi e attori politici; anzi li costruiscono, li formano, li alimentano col suffragio popolare, dando loro il mandato a rappresentarli nei parlamenti e negli esecutivi nazionali e – al prossimo giro – anche nelle istituzioni europee. E nelle formule classiche di centrodestra, è bene si comprenda che partiti più di centro che di destra, come il partito di Berlusconi, possono tornare al governo solo se la leadership dello schieramento sarà assegnata a una personalità delle destre “nuove” e non viceversa, magari in nome di un “moderatismo” che – lo si è visto anche nel voto austriaco – non è più una risorsa ma un’espressione di vecchiaia politica.
Vedremo cosa ci riserverà il futuro prossimo, dal referendum inglese in giugno sulla Brexit, alle vicine elezioni politiche in Spagna, passando per le presidenziali francesi del prossimo anno, fino alle elezioni politiche italiane nel 2018 (le amministrative e il referendum costituzionale di quest’anno sono test parziali, anche se importanti), sempre che non siano anticipate di un anno.

Il successo di Fpoe pone i problemi di Brennero e Alto-Adige

Ma proprio le destre qui in Italia devono riflettere su quanto accade in Austria. Forse è meglio che frenino rispetto agli iniziali entusiasmi per i successi presenti e futuri del Partito della Libertà. Se l’Austria, magari guidata da un cancelliere del Fpo, o soltanto – come è più probabile- con un governo in cui dovessero presenti suoi esponenti, dovesse decidere di creare un “muro” al Brennero – metallico o anche immateriale con controlli durissimi – che farebbe Matteo Salvini ? E che farebbe, soprattutto, se il centrodestra alle prossime politiche andasse al governo e la Lega occupasse ruoli di responsabilità in materia d’immigrazione come è accaduto dal 2008 al 2011 con Roberto Maroni ministro dell’Interno? Facile dire come afferma adesso Salvini: «Fa bene l’Austria che evidentemente ha politici che difendono gli interessi dei loro cittadini». E anche attaccare il premier con un «Renzi svegliati e blocca l’immigrazione clandestina, altrimenti ci pensano gli austriaci». Ma se il presidente del Consiglio fosse di centrodestra o addirittura lui in prima persona? Cosa sceglierebbe tra interesse nazionale e amicizia con i colleghi del Fpo? Perché, non c’è dubbio che qualunque barriera al Brennero farebbe ristagnare in Italia e in particolare nelle regioni del Nord i flussi di migranti verso l’Austria. Salvini sa che, non potendo il nostro Paese, anche se lo volesse, erigere alcun muro in mare, sarà sempre meta di migrazioni dall’Africa: anche quando Maroni ricoprì il ruolo di titolare del Viminale gli sbarchi in Sicilia non cessarono, perché “non potevano” cessare. Giorgia Meloni è giustamente allarmata perché con la eventuale chiusura del Brennero «centinaia di migliaia di immigrati provenienti dalla “rotta balcanica” e diretti nel nord Europa saranno dirottati in Italia attraverso i nostri confini orientali. Così l’Italia sommerà agli arrivi via mare dal nord Africa anche tutti gli arrivi via terra». Il rischio, in questo caso, è quello di «diventare ufficialmente il campo profughi del continente europeo». Appunto. È un problema che Salvini – il quale coltiva l’ambizione di candidarsi alla premiership – deve porsi. E con lui la leader di FdI la quale deve riflettere su un altro dato. Il leader del Partito della Libertà ha detto di volere concedere «al Tirolo la possibilità di tornare unito, dando al Sud Tirolo la possibilità di autodeterminarsi. Perché non può decidere se far parte dell’Italia o dell’Austria?». Poiché si dà il caso che il Sud Tirolo altro non è se non l’Alto Adige che è parte integrante dell’Italia, cosa farà la Meloni se la destra austriaca dovesse spingere in questa direzione ? Il «Trentino Alto Adige che non espone bandiera italiana se ne vada a vivere in Austria», ha detto la presidente di Fratelli d’Italia, riferendosi al cosiddetto sciopero del tricolore a causa della decisione delle autorità locali di non esporre la bandiera dell’Italia sugli edifici pubblici in occasione dei cento anni dall’entrata in guerra dell’Italia.
E allora ? Cosa farebbe, lei che guida un partito erede e protagonista delle battaglie che, dal Msi ad An, fino alla stesso FdI, la destra italiana fa da sempre sul bilinguismo in favore della comunità italiana altoatesina ? Cosa farebbe, al governo o all’opposizione, in questo caso ? Sicuramente sceglierebbe di difendere l’unità nazionale dalle “avances” dell’Austria, chiunque dovesse governarla, anche se fosse un partito “amico” come il Fpoe.
La verità è come insegnava Giuseppe Prezzolini che le destre sono inevitabilmente nazionali: è molto difficile, se non impossibile, costruire una destra unica europea. Ancor più in tempi di rinascita degli Stati nazionali e dei valori patriottici.
Certo, gli austriaci sono un popolo pacifico col quale vanno coltivate buone relazioni diplomatiche, a maggior ragione adesso che ha svoltato a destra. Ma il doppio problema del controllo dell’immigrazione e della vicenda altoatesina pone a Salvini e Meloni questioni che una destra “nova” e di governo deve porsi e, anche in prospettiva, affrontare.