Il Pd richiama all’ordine Anm e Csm: e Morosini, toga rossa, smentisce ancora

FacebookPrintCondividi

Il caso-Morosini (il membro togato del Csm, appartenente a Magistratura Democratica, cui il Foglio ha attribuito un clamoroso «Renzi va fermato» al termine di un’intervista con Annalisa Chirico sul tema del referendum confermativo delle riforme costituzionali) il giorno dopo è un susseguirsi di smentite, precisazioni e perse di posizione. Per la verità, lo stesso Morosini – che è stato anche il gip della cosiddetta trattativa Stato-mafia – aveva immediatamente smentito il titolo confezionato dal giornale diretto da Claudio Cerasa. Ora ha preso le distanze anche dal contenuto («non rappresenta il mio pensiero, né su presunte opinioni politiche contro il governo, né su giudizi personali relativi a rappresentanti delle istituzioni o colleghi, e neppure sulle dinamiche operative del Consiglio superiore della Magistratura»).

Morosini censurato: «Parole inopportune e ingiustificate»

L’ulteriore smentita di Morosini è stata resa necessaria da una nota molto severa della Giunta esecutiva dell‘Anm – il sindacato delle toghe – che bollava, ovviamente «se confermate», come «inopportune e ingiustificate» le parole a lui attribuite. Un’inequivocabile presa di distanza resa ancor più chiara dal prosieguo della nota: «Tali dichiarazione – vi si legge – incidono sul prestigio della magistratura e sul leale rapporto tra i poteri e gli organi dello Stato».

Legnini (Csm) si rifiuta di rispondere sul “complotto” anti-Pd

Ancor più dura era stata la posizione del vicepresidente dell’organo di autogoverno dei giudici Giovanni Legnini – impegnato in una manifestazione a Maglie, nel Leccese, con il presidente dell’Anac Raffaele Cantone – che ha tenuto a precisare che «la posizione del Csm non è affatto quella che emerge in questi giorni, ma è quella che emerge dal lavoro duro, importante, intenso di questo anni e mezzo». Non ha invece voluto parlare («non rispondo a domande politiche») Legnini, quando gli è stato chiesto se ci fosse un tentativo delle procure di colpire il Pd. Quanto poi all’eventualità che il caso-Morosini possa essere valutato in sede disciplinare il vicepresidente del Csm ha precisato che «la titolarità dell’azione disciplinare spetta al Procuratore generale presso la Cassazione e al ministro della Giustizia. A noi spetta giudicare».