L’elezione di Miss Trans (cristiana…) in Israele diventa una sfida alle religioni

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“Miss Trans di Israele” è un’araba cristiana di 21 anni di Nazareth. Ta’alin Abu Hanna, ballerina di danza classica e moderna, si è aggiudicata ieri sera all’Habima, il teatro principale di Tel Aviv, il concorso di bellezza – il primo del genere nel paese – che le aprirà le porte come rappresentante di Israele del “Miss Trans Star International”, gara mondiale in programma a Barcellona a settembre. Ta’alin Abu Hanna – ma tutti la chiamano solo per nome – ha prevalso in una competizione definita dagli stessi organizzatori una sorte di “mosaico” di Israele, contro ogni forma di limitazioni religiosa: a contenderle il titolo c’erano infatti, tra le 12 finaliste, una pasticcera proveniente da una famiglia ebrea ‘haredi’ (pia) di Gerusalemme e una danzatrice del ventre musulmana di Tel Aviv. Uno spettacolo – è stato sottolineato – di “tolleranza e coesistenza” all’insegna della “normalità” che ha preceduto di pochi giorni la tradizionale sfilata del Gay Pride del 3 giugno in quella che è stata indicata come la città più “gay-friendly al mondo”. E anche quest’anno sono attesi a Tel Aviv migliaia di partecipanti da ogni angolo della terra, Territori Palestinesi compresi, per la variopinta sfilata lungo le vie della città già da giorni pavesata con i colori arcobaleno. «Il nostro paese – ha detto emozionata ai giornalisti – merita di arrivare al top. Ha permesso a me, un’araba cristiana di Nazareth di mettere fine alla guerra tra la mia mente e il mio corpo. Sono fiera di essere un’israeliana araba».

Ta’alin, come altre partecipanti – ha raccontato che prima della gara nel suo passato a Nazareth ha vissuto “insulti” e umiliazioni. «A quel tempo – ha spiegato mentre veniva truccata e pettinata – ero l’unico ragazzo arabo che faceva il ballerino. Vengo da una famiglia tradizionale, i miei genitori sono entrambi credenti e praticanti. E tuttora mio padre non mi accetta, quando arrivo a casa lui esce, ma con mia sorella più grande e mia madre va tutto bene. A 18 anni sono venuta a Tel Aviv ed ho condiviso la casa in affitto con un altro ragazzo arabo. Ho continuato a ballare, ho lavorato come commessa, ed ho risparmiato per mettere i soldi da parte per l’operazione che mi ha permesso di cambiare sesso». Stessa storia in parte per Aylin Ben-Zaken, 27 anni, figlia di una famiglia di ebrei religiosi: «Sono scappata da casa – ha raccontato ai media – a 15 anni, ma ora molti mi accettano. Fino a tre anni fa non parlavo con mia madre. Adesso invece mi adora e vado a casa per la cena di Shabbat». Caroline Khouri, 24 anni, della città araba di Tamra nel sud della Galilea ha raccontato ai media che i suoi parenti maschi hanno provato ad ucciderla dopo aver saputo della sua volontà di cambiare sesso. «I miei cugini, mio padre, mio cognato – ha detto – mi hanno picchiato e con la forza mi hanno tagliato i capelli legandomi al letto dove mi hanno lasciato tre giorni senza cibo». Salvata dalla polizia, oggi dice di essere un’estranea per la famiglia. Yisraela Stephani Lev, la “Regina madre della comunità transgender” locale e organizzatrice del concorso, ha respinto con fermezza le accuse di “lavaggio rosa” mosse a Israele che sfrutterebbe l’apertura al mondo gay pur di distogliere l’attenzione dai problemi politici e militari del paese. «Qui – ha detto ai media – non c’è alcuna propaganda. Viviamo a Tel Aviv in Israele, l’unico paese sano della regione dove si può vivere da gay o da transgender senza che nessuno ti butti dal terrazzo o ti voglia uccidere. Non c’e’ alcun lavaggio rosa o del cervello».