Lovere, feriti e gettati nel lago dai partigiani: ma non li si può ricordare…

Tensione a Lovere, in provincia di Bergamo, dove un gruppo di facinorosi comunisti ha tentato di impedire la commemorazione da parte di alcune decine di persone che intendevano ricordare la morte atroce di due legionari della Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana, Emilio Le Pera e Francesco De Vecchi, uccisi dai partigiano l’8 giugno 1945, a guerra finita da un pezzo. Le forze dell’ordine sono intervenute, c’è stato qualche tafferuglio, nel corso dei quali i due gruppi – quelli che volevano ricordare i Caduti e quelli che non lo volevano consentire – sono venuti a contatto.  Come ogni anno attivisti di estrema destra hanno raggiunto il paese sul lago d’Iseo per commemorare i due combattenti della Rsi. Un gruppo di manifestanti si è piazzato sulle scale che portano al cimitero di Lovere con l’obiettivo di impedire il passaggio dei partecipanti all’iniziativa. Le forze dell’ordine hanno creato un cordone per evitare lo scontro, ma in un momento di concitazione è stato necessario l’intervento degli agenti. Due persone sono rimasti ferite. Fa riflettere il fatto che non si possano neanche commemorare i morti – anche se dalla parte “sbagliata”- senza che gli antifascisti non lo impediscano con la violenza, soprattutto considerando le circostanze atroci in cui sono morti Le Pera e De Vecchi. La storia nella zona è molto nota, ma è stata raccontata in diversi libri, tra cui quello di Giampaolo Pansa I gendarmi della memoria.

Le Pera e De Vecchi furono torturati e gettati vivi nel lago

De Vecchi e Le Pera erano due militi della Tagliamento. Dopo uno scontro armato con i partigiani, alcuni legionari rimasero feriti, tra cui Le Pera, 22 anni da catanzaro, rimasto gravemente ferito alle gambe, e De Vecchi, 19enne nato nell’Alessandrino. Traferito all’ospedale di Lovere, rimasero degenti vegliati dalle loro famiglie. I partigiani garibaldini erano frattanto arrivati a Lovere, e i superstiti militi della Gnr si arresro a loro. Il 30 aprile vennero tutti fucilati all’esterno del cimitero. I due feriti soffrivano atrocemente, erano sedati con la morfina. Ciononostante, secondo le testiminianze, i partigiani entravano nell’ospedale per insultarli e minacciarli. Finché, la sera del 7 giugno arrivarono quattro partigiani armati e li portarono via di peso, dopo aver tagliato i fili del telefono dell’ospedale. Alle famiglie che cercavano di fermarli dissero che li avrebbero sottoposti a processo. Fu un’altra menzogna: i due giovani agonizzanti vennero gettati in riva al lago, sul molo di sant’Antonio, e percossi con sbarre di ferro. Alla fine, li buttarono nel lago, probabilmente ancora vivi, anche se in condizioni disperate. Il lago d’Iseo non restituirà più i loro corpi. Fu un’efferatezza ingiustificabile: se è già grave uccidere dei prigionieri senza processo e a guerra finita, torturarli e assassinare prigionieri feriti è una colpa ancora peggiore. Bastano episodi come questo, in mancanza di scuse e di pentimento, per gettare fango sulla lotta partigiana, anche perché non ci sono notizie che i colpevoli siano stati mai sottoposti a processo.