Libano, parla il generale Aoun: i rifugiati siriani devono tornare a casa

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Il Libano non può integrare i più di un milione di rifugiati siriani giunti nel Paese. A guerra finita dovranno tornare in patria: entrambi cristiani, ma rivali nella corsa alla carica di presidente del Libano, il generale Michel Aoun ed il parlamentare Sleiman Franjieh ritengono, pur con accenti ben diversi, che una tale presenza minacerebbe la sicurezza ed i fragili equilibri nel Paese. Il Libano «ha accolto i rifugiati siriani in fuga dalla guerra con un sentimento umanitario», ha affermato Aoun. «Ma non possiamo integrarli», ha insistito sottolineando l’enorme pressione che questa presenza può esercitare in un Paese di 4,5 milioni abitanti. «La demografia del Libano può essere minacciata. Siamo un Paese pluralista da un punto di vista delle religioni e laa presenza di tanti siriani creerebbe squilibri. Naturalizzarli sarebbe criminale per noi e dovranno tornare a casa non appena la sicurezza e la calma torneranno», ha aggiunto Aoun che ha incontrato i giornalisti nella sua casa di Beirut. «Se l’equilibrio si rompe, verrà favorita l’emigrazione. Eppure i siriani cristiani sono uno degli ultimi bastioni della presenza cristiana in Medio Oriente», ha concordato il leader dalla Corrente dei liberi patrioti e candidato alla presidenza del “Fronte 8 marzo”, legato agli sciiti di Hezbollah e filo-siriano.

Aoun: a guerra finita, se ne dovranno andare

«Il nostro Paese ha già accolto i rifugiati palestinesi nel 1948. Più di 1,2 milioni di siriani, quasi tutti musulmani sono arrivati in Libano. È un problema economico e demografico e siamo un Paese interconfessionale. Alcuni vorrebbero incoraggiarli a restare ma crediamo che i rifugiati siriani tornaranno in Siria, quando sarà possibile», ha spiegato Franjieh in un incontro nella sua residenza di Zgharta, nel nord del Paese. Sulla situazione dei cristiani, Franjieh ritiene che la loro condizione in tutto il Medio Oriente sia di integrarsi con le condizioni esistenti nei singoli luoghi. Però bisogna incoraggiare la comunità cristiana a credere di avere un futuro. «Siamo presenti da migliaia di anni, la nostra presenza non è in discussione. Ma il sentimento di debolezza nella nostra comunità è negativo ed il nostro ruolo è quello di contrastare questo sentimento», ha osservato. La situazione dei cristiani in Libano appare fragile. Il sistema politico del Paese, organizzato lungo linee confessionali, assegna a un cristiano maronita la carica di presidente, mentre il presidente del parlamento deve essere un musulmano sciita ed il primo ministro un musulmano sunnita. Ma è da quasi due anni, che il parlamento non riesce eleggere un presidente. Ben 39 votazioni del parlamento, l’ultima il 10 maggio, non hanno dato esito. E tra i cristiani libanesi, serpeggia un sentimento di sfiducia nei confronti della comunità internazionale, il sentimento di un’entità trascurata nel confronto regionale tra sunniti e sciiti.