L’analisi – Così Renzi capovolge la “questione morale” di Berlinguer

FacebookPrintCondividi

Alla fine il numero delle “vittime” – un vero e proprio bollettino giudiziario quotidiano di indagati e arrestati – è tale che costringe Matteo Renzi a dichiarare lo stato d’emergenza etica: nel Pd c’è una questione morale, “è un dato di fatto”. Un’ammissione pubblica che gli sarà costata molto, ma come sempre con precisi intenti propagandistici. Il primo è quello di un’apparente mea culpa: rende sempre recitare un “atto di dolore”, dà un’utile percezione di umiltà; un registro molto diverso dalla solita hybris alla quale Renzi ha abituato gli italiani. Il che gli consente di provare a recuperare con la minoranza dem. Il secondo è quello di rompere l’accerchiamento dei Cinquestelle e anzi di tirarli dentro. La manovra è scoperta. L’avviso di garanzia al primo cittadino di Livorno, il grillino Filippo Nogarin, per “concorso in bancarotta fraudolenta” – un reato raro nella pubblica amministrazione – gli dà la possibilità di fare il garantista (“non chiederemo le dimissioni”) non solo per i propri uomini, ma anche per un sindaco che ha la casacca dei suoi più implacabili accusatori: chiamata perfida di correità.

Berlinguer parlava degli “altri”

Terzo: Renzi mette fine alla pretesa diversità morale della sinistra. Fine: il Pd è un partito come gli altri. Anzi è peggio degli altri: il peggiore. Quando si fa un parallelo tra la “questione morale” evocata da Enrico Berlinguer e quella enunciata da Renzi si dimentica che il primo parlava degli “altri”, non della sua parte, proprio in ragione della presunta superiorità antropologica: un dogma che copriva la classe dirigente comunista. La “questione morale” Berlinguer l’aprì con la nota intervista a Eugenio Scalfari (La Repubblica, 28 luglio 1981). Il segretario del Pci intendeva per “questione morale”, non tanto il malaffare di politici e amministratori che in fondo giudicava ripetitivo e “fisiologico”. Per Berlinguer, infatti, il problema “non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi”.
Era un attacco alla Dc come partito-Stato. Ma Renzi capovolge la “questione morale”: adesso essa riguarda il suo partito, fatto a sua immagine, “non può” risolverla lui. Anzi, la impersona, per una serie di ragioni. La prima è che, a differenza di Berlinguer, non è il leader dell’opposizione ma il capo del governo e, nello stesso tempo, del maggior partito italiano.

Dove si ritrova il ceto politico peggiore

Il quale, più di quanto lo fu a suo tempo la Democrazia Cristiana, è ormai il punto di confluenza, il ritrovo di tutto il ceto politico e amministrativo, imprenditoriale e lobbistico – opportunista e trasformista – che ha individuato il Partito democratico di Renzi come il “tòpos”, nuovo e vincente, dove è possibile tutelare interessi, prendere appalti, concludere affari, accaparrare risorse. Il Partito Democratico è oggi il canale principale, quasi esclusivo, dove si effettua lo scambio tra politici, faccendieri, impresa cattiva, “lobbies” e anche gruppi mafiosi. L’arresto del presidente dei Democratici in Campania è illuminante, a tal proposito. Ma sono emblematiche anche le dimissioni della ministra Guidi e il “caso Etruria- Boschi”, per citare solo gli scandali che hanno investito due membri del governo. Non che il percorso del Pci-Pds-Ds non abbia lasciato orme visibili e tuttora presenti di partito-Stato: l’occupazione “militare” e senza alternanza delle regioni rosse, l’affaire Montepaschi , la merchant-bank a Palazzo Chigi con D’Alema, sono segni di un potere politico-economico che in questi anni è stato ben lontano dalla mistica berlingueriana. Ma, con Matteo Renzi segretario-premier, il Pd è diventato un partito personale e il presidente del Consiglio un uomo solo al comando, per di più insofferente a critiche, opposizioni e dissensi; il suo straripamento in scene e spazi – istituzionali, economici, mediatici – è diventato sfrenato, spregiudicato, a volte brutale: una nemesi che rimette in campo la “questione morale” sollevata da Berlinguer, il quale certo non poteva immaginare che a renderla sempreverde sarebbe stata la condotta del leader del partito che a sinistra avrebbe raccolto l’eredità del Partito comunista.

Da Partito della Nazione a Partito-Stato

In periferia, nelle città e nei comuni, il Pd è diventato la “zona grigia” che accoglie il personale politico peggiore, quello che si annida e si genera nel governo locale e nelle sue discrezionalità, per intercettare e succhiare, a proprio consumo, fondi e beni pubblici: lo dimostrano sia i fatti più gravi di corruzione e di connection con Gomorra, sia le decine di “rimborsopoli” o “gettonopoli” scoppiate su tutto il territorio nazionale. Humus che ha fatto crescere e fa prosperare il movimento di Grillo e ha preparato l’irruzione di Verdini: un corsaro politico il quale, col carico pesante di ciò che rappresenta nell’immaginario collettivo, è arrivato nell’anticamera del Pd perché era atteso. Non poteva che finire così: archiviato il colore-manifesto di Godard (“Non è sangue, è rosso”), ora nel partito renziano “sul ponte sventola bandiera bianca” con la quotidiana sorpresa di “quante squallide figure che attraversano il paese, com’è misera la vita negli abusi di potere”, per dirla con Battiato. E, in questa estetica di progressivo distacco dalla legalità come valore, trovano un senso gli attacchi del premier ai magistrati, il neo-garantismo, il tentativo di depotenziare le intercettazioni come strumento d’indagine, la polemica con Saviano, lo stesso teorema del Partito della Nazione, che sarebbe meglio definire, Partito dello Stato. Il quale, col referendum di ottobre sulla riforma della Costituzione, nel combinato disposto con la nuova legge elettorale, punta a farsi guidare da un premier-dominus, incontrastabile dai poteri deboli che gli dovrebbero fare da contrappeso, a partire da una Camera dei Deputati “maggioritaria” in mano al capo del governo e a un Senato “locale”, screditato e eunuco.
Un’occupazione “immorale” delle istituzioni che renderebbe la passata “questione morale” di Berlinguer, sempre presente e futura. Soprattutto per Renzi e per il suo Pd.