L’analisi – Centrodestra: siamo sicuri che Roma sia un laboratorio?

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Alla fine il centrodestra e persino le destre sono andati divisi alle elezioni amministrative a Roma. E quasi tutti gli esperti di politics sostengono che la Capitale – che ha problemi ben più concreti sul “terreno” (le buche sono un’immagine non figurata) – si è trasformata in un laboratorio politico: Berlusconi ha mollato le due destre di Salvini e Meloni, facendo scorrere un po’ di sangue, che sarebbe quello della leader di FdI, lasciata quasi sola (la Lega romana non è quella milanese) a vedersela non solo con la candidata grillina Virginia Raggi e il pd Giachetti, ma anche con Alfio Marchini, che l’imposizione delle mani da parte dell’ex Cavaliere dovrebbe rafforzare, pur rendendo più difficile la sua comunicazione (“liberi dai partiti”).  Marchini sarebbe una sorta di Berlusconi 2.0, versione ’94: lo accredita così Storace che ha deciso di ritirarsi e convergere sull’imprenditore con radici “calce e martello” il quale lo ricambia con la definizione, in fondo non peregrina, ma poco europea, di “fascista de core”. La tesi sarebbe che l’ex Cavaliere avrebbe scelto il suo collega imprenditore per avviare un’operazione che dovrebbe isolare la “destra lepenista” dei due più giovani leader e fare nascere un centrodestra a trazione centrista: moderato e non populista, insomma modello Merkel e non certo Le Pen.

Ma è veramente così ? Non sembrerebbe così pacifico. Intanto perché a fare da contrappeso a Roma c’è il format Milano, che politicamente pesa quanto la Capitale. E lì il centrodestra si presenta nella sua versione classica con FI-Lega-FdI: le varianti sono il candidato, Stefano Parisi, che è di area e la convergenza di Passera. Ma l’architrave politica è quella tradizionale dei tre partiti di centrodestra.

Moderati e non, pro e contro Renzi

Poi, a ben guardare dallo spioncino, l’esperimento romano non sembra reggere alla tesi di laboratorio nazionale. Non ce la fa intanto a superare la prova da sforzo dell’omogeneità politica e culturale delle forze schierate con Marchini. Non si può dire che siano tutte  moderate: accanto a Casini, Alfano, Fini e Tajani, bisognerebbe fare passare per moderati anche Storace e il mondo vicino ad Alemanno, raccolto in Azione Nazionale (ufficialmente l’ex sindaco non si schiera in prima persona), riedizione della “destra sociale” che nell’ex governatore e nell’ex sindaco mostra due  personalità che non si sentono “moderate” e tanto meno ispirate alla dottrina Merkel: su Ue-Euro-Ppe la prima faglia si vede a occhio nudo. La seconda, ma non secondaria, è l’atteggiamento verso il governo. Il dato è politicamente sensibile perché Roma ha sempre avuto un canale privilegiato con l’esecutivo ed è immaginabile lo avrà sempre, per intuitive ragioni di status della Capitale.

E perché i partiti, che con Marchini aspirano a scalare il Campidoglio e disegnare da là il centrodestra che verrà, sono spaccati tra maggioranza e opposizione al governo: Forza Italia e la destra di Storace come Azione Nazionale di Alemanno, ma anche Fitto, si oppongono a Renzi; tutti gli altri, a iniziare dal ministro dell’Interno sono col premier, anche se non col candidato del premier.

La terza riflessione riguarda il referendum di ottobre che coinvolge la discussione sul ruolo di Roma Capitale (la riforma Boschi regionalizza il Senato, ma non dà ordinamento costituzionale a Roma): alfaniani e casiniani sono per il Sì alla riforma; Marchini, Fini, Storace, Azione Nazionale sono per il No; Forza Italia sarebbe per il No (il Foglio fa campagna per il Sì).

Referendum e ballottaggio dividono

Insomma, è complicato dare un profilo riconoscibile all’alleanza per Marchini sulla riforma che modifica la Costituzione, questione rilevante ai fini della formazione di un centrodestra non populista. Quarta e ultima osservazione riguarda il ballottaggio. Oggi – ma la campagna elettorale è lunga – Marchini non è tuttora dato nei sondaggi come candidato che va al ballottaggio: non è detto che la mossa di Berlusconi e quella di Storace (provocata, secondo il capo della Destra, dal no oppostogli dalla Meloni) gli diano la spinta necessaria per superare la Meloni e Giachetti. E, in caso negativo, che succederebbe ? Per chi voterebbe l’area che oggi supporta l’imprenditore che ci sta mettendo la faccia e anche un po’ di soldi ? Non sarà facile che, chiunque dovesse farcela (Meloni, Giachetti) a misurarsi al secondo turno con la candidata Cinque Stelle (data per irraggiungibile al primo) possa fruire di un’indicazione di voto unitaria, chiara e coerente da parte di tutte le forze compongono il blocco marchiniano: Alfano e Casini voterebbero per la Meloni ? E il duo Meloni-Salvini farebbe accordi in tal senso ? Gasparri e Storace voterebbero per Giachetti ? E Berlusconi ? Il presidente forzista, Giovanni Toti la risolve così: chiunque vada al ballottaggio tra Meloni e Marchini, il centrodestra dovrebbe ricomporsi e appoggiare chi la spunta. Il problema è che la spaccatura fa correre il rischio che non la spunti né Giorgia Meloni (ancora avanti nei sondaggi) né Alfio Marchini.

Decideranno gli elettori

La verità è che disamine passionali di addetti ai lavori e cultori delle politiche in provetta, spesso sono deficitarie di un elemento reale che sono gli umori e i consensi del popolo reale, storico, oggi sempre meno in sintonia con antichi modelli. Mappe e bussole non sono più valide. E il gioco di incorporazioni e mescolanze non sempre è compreso dalla gente che si ostina a pensare altro e in altro modo. Saranno le urne, cioè gli elettori, a promuovere o bocciare l’idea del laboratorio. O, meglio, si dirà che lo hanno approvato o respinto, ancorché votando abbiano pensato e scelto su piani “altri”, più vicini a loro e meno ai creatori di cose politiche. Il che significa che, se Marchini andasse al ballottaggio, il laboratorio potrebbe diventare tale; ma se non producesse quella materia, il consenso, che decide tutte le elezioni, potrebbe essere elegantemente abbandonato come prova fallita.

Non sarebbe un dramma politico e non sarebbe la prima volta.