Joshua Topolsky: «Il giornalismo ha un futuro solo se la smette col ciarpame!»

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La crisi del giornalismo secondo Joshua Topolsky. Uno dei più noti, ascoltati e (forse) autorevoli giornalisti statunitensi, spezza una lancia contro le notizie acchiappaclic. Notizie spazzatura le chiama Topolsky, che hanno fatto la fortuna degli editori dell’era di Internet e hanno però massacrato la categoria dei giornalisti sempre più invogliata a pubblicare qualunque cosa possa solleticare la curiosità del pubblico. A scapito ovviamente della qualità della notizia, della sua veridicità, dell’interesse reale e del suo impatto. La crisi dell’editoria è ormai la crisi del giornalismo in quanto tale. Tutti, grazie ai social, pubblicano e dicono la loro. Quasi sempre senza costrutto, senza alcuna base e soprattutto senza verificare se ciò che passano abbia la dignità di notizia o fatto. Ciò ha prodotto il logico e sistematico impoverimento della professione giornalistica aprendo un contestuale baratro occupazionale anche in testate di altissima qualità. Che infatti ovunque nel mondo non vivono momenti facili. Si chiamino Guardian o Financial Times o New York Times o Le Monde o Corriere della Sera, tutti hanno dovuto avere a che fare con nuovi tagli di personale. Perciò è una boccata d’ossigeno questa che arriva da un fuoriclasse del giornalismo d’oltreoceano. Perché quello declinato da Joshua Topolsky, di Vox,  è un vero e proprio manifesto contro quello che per anni è stato, e continua ad essere, il modello di business di parecchie testate, anche gloriose: la ricerca ossessiva di clic. «I video — spiega Topolsky — non salveranno quel modello. Non lo faranno i bot, le newsletter, le app, i briefing del mattino, Snapchat, Twitter o Facebook. La convinzione, disperata, di editori e giornalisti è che arriverà “Qualcosa in grado di risolvere il Problema”». Il Problema, è la perdita, con l’avvento di Internet, del controllo delle piattaforme distributive, che garantiva vantaggi competitivi e margini sostanziali. «I media tradizionali hanno reagito prima ignorando il problema, poi rimediando alla perdita di valore con la quantità». Quantità di non notizie, che si sono rivelate come una vera e propria fabbrica di produzione di ciarpame (shit, è il termine usato da Topolsky). Tanto ciarpame. Facile ciarpame. Valanghe di ciarpame. Solo che adesso a nessuno frega più niente di quel ciarpame. Perchè tutti, ma proprio tutti hanno capito che solo di quello si tratta. Topolsky sostiene perciò che c’è già un’audience sempre più consapevole, connessa e mutevole che il ciarpame non lo vuole più. «Pretende contenuti buoni. Li troverà. E sarà pure disposta a pagare per averli» dice il giornalista. Che poi conclude: «Bisogna smetterla di voler parlare a tutti: le cose migliori mai fatte, nel giornalismo, non puntavano a parlare a tutti, ma a un pubblico preciso. Bisogna tornare a fare cose sensate per persone reali: voci, storie, talenti, idee. Prodotti e storytelling, non titoli e scopiazzature». Più che una speranza una indicazione precisa per una professione in crisi. Chissà se lo capiremo davvero.