Il governo regala ai detenuti le “stanze dell’amore“. Ma c’è chi dice no

In arrivo un “regalo“ per i detenuti: a breve tra le sbarre faranno il loro ingresso le “stanze dell”amore” per consentire «la legittima l’intimità». Entro l’estate le carceri italiani potrebbero essere dotate di spazi «per la cura degli affetti», insomma sesso a tempo nelle  “love rooms”: uomini e donne detenuti potrebbero incontrarsi con i partner negli «spazi per la cura degli affetti» per trascorrere qualche ora senza telecamere che inquadrano ogni movimento e ascoltano ogni parola.

La stanze dell’amore tra le sbarre

La novità che già discutere, dopo oltre anni di proposte fallite, è contenuta nel ddl che delega il governo a effettuare «modifiche al codice penale e al codice di procedura penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e la durata ragionevole dei processi», in questo momento in discussione nella commissione Giustizia del Senato. L’affettività dei detenuti non solo deve essere garantita – questo il ragionamento di Mauro Palma, garante per i detenuti  – ma potrebbe addirittura costituire uno strumento di rieducazione. In molti paesi europei le “stanze dell’amore” sono già una realtà: tra questi Olanda, Danimarca, Germania, Belgio, Francia, Spagna e Portogallo. Su 47 nazioni dell’Ue, infatti, 31 hanno già modificato le leggi per permettere ai detenuti di avere incontri durante la detenzione. Addirittura in alcuni Paesi il partner può trascorrere anche un week end interno nel penitenziario. «Anche in questo campo – ha detto il relatore del ddl, Felice Casson, ex magistrato con una lunga esperienza di inquirente nelle carceri –  siamo molto arretrati rispetto al resto d’Europa».

Il Sappe: è una follia

Tra i più convinti oppositori dell’introduzione degli spazi dell’amore c’è Daniele Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria. «Ci opporremo in tutti i modi perché questo provvedimento diventi realtà, non vogliamo passare per guardoni di Stato!», ha detto intervistato dal Tempo spiegando che la pena consiste non solo nella privazione delle liberà ma anche di «tutto quello che ne consegue».  «Quando per la prima volta si parlò di sex room gli stessi detenuti si dissero contrari». Per garantire un rapporto intimo, dice, «esistono i permessi premi, durante i quali è possibile vivere la propria affettività, e poi c’è anche l’aspetto della sicurezza, il detenuto si chiude lì dentro da un minimo di 12 a un massimo di 24 ore e non c’è nessuno che possa verificare cosa accada realmente tra quelle mura». Un ultimo rischio, continua Capece, «chi commette un reato si ritrova con un lavoro retribuito, con la cassa integrazione e ora anche con i sesso in carcere. Si rischia di far passare l’idea che convenga delinquere».