Caso Orlandi, si chiude qui: la Cassazione conferma l’archiviazione dell’inchiesta

Sull’intricato mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi, dopo trent’anni di indagini e depistaggi, piste e false piste, annunci e smentite, la ricerca della verità si ferma tra le aule della Cassazione che conferma l’archiviazione dell’inchiesta.

Caso Orlandi, la Cassazione conferma l’archiviazione dell’inchiesta

Dunque, siamo alla resa finale, all’ultimissimo atto di una tragedia che si è protratta – in attesa dalla fatidica svolta spesso sfiorata, ma mai avvenuta – per oltre tre decenni, e che ha avuto come protagonista e vittima della vicenda la quindicenne figlia di un dipendente vaticano sparita nel nulla il 22 giugno del 1983, nei pressi di Corso Rinascimento a Roma. Il caso è chiuso: la Cassazione mette una pietra tombale sull’inchiesta per la scomparsa di Emanuela Orlandi. Infatti, la sesta sezione penale della Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso della famiglia contro l’archiviazione dell’indagine della Procura di Roma. Nell’ottobre scorso il gip aveva respinto l’opposizione, avanzata dai familiari di Emanuela e da quelli di Mirella Gregori (scomparsa poche settimane prima della gioanissima figlia del dipendente vaticano), alla richiesta di archiviazione da parte del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e dei pm Simona Maisto ed Ilaria Calò. L’inchiesta vedeva sei indagati per concorso in omicidio e sequestro di persona: monsignor Pietro Vergari, ex rettore della basilica di Sant’Apollinare, Sergio Virtù, autista di Enrico De Pedis, Angelo Cassani, detto “Ciletto”, Gianfranco Cerboni, (“Giggetto”), Sabrina Minardi, già supertestimone dell’inchiesta, e il fotografo Marco Accetti. Contro di loro, sia la procura sia il gip hanno ritenuto che non fossero stati raccolti sufficienti elementi probatori. E ora è arrivato il visto della Cassazione. Rimangono pendenti per Accetti, che nelle scorse settimane è stato sottoposto a perizia psichiatrica che l’ha giudicato capace di intendere e volere, ed anche di stare in giudizio, benché affetto da disturbi della personalità di tipo narcisistico ed istrionico, le accuse di calunnia e autocalunnia.

La scomparsa di Emanuela Orlandi, un mistero iniziato nel 1983

Un’inchiesta, quella sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, che parte da molto lontano, e che in decenni di investigazioni, interrogatori, depistaggi, snodi cruciali e epiloghi imminenti, ha seguito le piste più disparate: dall’intrigo spionistico internazionale dell’Est ai “Lupi grigi” di Alì Agca, passando per la Banda della Magliana, senza escludere complotti interni al Vaticano e ipotetici scenari a sfondo sessuale. Un rebus che troppo spesso è risultato ai più senza possibilità di soluzione, anche perché – come ebbe a dire anche il procuratore aggiunto di Roma Capaldo – «la verità sulla fine di Emanuela non si è trovata per molto tempo, perché troppi temevano che dietro questa storia si nascondesse una verità scomoda». Una verità, comunque, occultata nel tempo in un coacervo di tesi e antitesi criminali, per cui nei decenni gli inquirenti si sono ritrovati a dipanare un’intricata matassa di supposizioni e smentite, verità e menzogne. Un quadro complesso che negli ultimi anni, con la comparsa sulla scena di Piazzale Clodio del fotografo Marco Fassoni Accetti – un personaggio controverso, il cinquantasettenne che si è presentato spontaneamente ai magistrati dichiarando di essere stato uno dei telefonisti del caso Orlandi – si è arricchito di ulteriori “novità”, bugie e misteri. Nel corso dei vari, recenti interrogatori che hanno argomentato le ultime acquisizioni sul caso, si era dunque tornati a parlare di movente. Di dettagli operativi. Di possibili obiettivi perseguiti col rapimento, come l’intenzione di esercitare pressioni sulla Santa Sede per smentire la pista bulgara nell’attentato a Giovanni Paolo II, ma anche per questioni economiche relative allo Ior-Ambrosiano. Ricostruzioni finite al vaglio degli inquirenti, e che oggi si fermano di fronte al muro, invalicabile, dell’archiviazione.