Cantone: “Gli italiani non sono antropologicamente corrotti”

Raffaele Cantone, cinquantaduenne presidente dell’Autorità antìcorruzione, nonostante abbia abbondantemente bazzicato il diritto criminale e un buon numero di malfattori, non è un patito delle manette e dei rigori carcerari. «In materia di mafia – ha detto a un certo punto – abbiamo una legislazione durissima. Giustamente, per carità. Ma non mi pare che questo abbia avuto l’effetto di diminuirne i reati». Soprattutto, non pensa che per prevenire la corruzione negli appalti pubblici – obiettivo dell’Anac – la galera sia la minaccia più utile, si legge su “Il Giornale“.

Cantone: “Escludo che gli italiani siano antropologicamente corrotti”

Gli manca il temperamento palingenetico di Piercamillo Davigo, presidente Anm, che vede nel carcere il Dash che ripulisce il mondo. «Escludo che gli italiani siano antropologicamente corrotti». Allora, come lo spiega? «L’Italia nell’ultimo mezzo secolo ha avuto uno sviluppo tumultuoso. La corruzione aumenta quando i sistemi economici sono in evoluzione. Inoltre, la nostra economia dipende molto dalla mano pubblica. Ciò favorisce il malaffare». Un tedesco qui farebbe altrettanto o ha anticorpi a noi ignoti? «Rovescerei la domanda. Gli italiani sparsi per il mondo hanno dimostrato un più alto tasso di corruzione degli altri cittadini? La risposta è no». Perché si ruba imperterriti nonostante arresti a ripetizione? «Ciò che emerge, è una minima parte della corruzione totale. Il timore di essere puniti è minore che in altri Paesi. Fino a quattro anni di condanna – la media nei casi corruttivi – da noi non si va in carcere».

Un imprenditore o un burocrate preso con le mani nel sacco deve sparire dagli appalti pubblici

«Se ha la certezza di perdere il posto, il ftmzionario infedele ci penserà due volte. Idem un imprenditore. Se ci fosse un Daspo che lo espelle dal giro pubblico, eviterà le bustarelle. Sono deterrenti più forti di una vaga minaccia carceraria». Le farragini legali, compresa l’antìcorruzione, bloccano lo sviluppo. «Conl’Expo, abbiamo messo a punto un meccanismo che concilia legalità ed efficienza». Cioè? «La “Vigilanza collaborativa” che non solo non ostacola ma lubrifica l’attività d’impresa». Come avviene? «Col continuo controllo in corso d’opera della legalità delle operazioni. Dal bando d’asta, ai singoli passaggi». L’Anac come consulente permanente di imprese e pubblica amministrazione? «Esatto. Abbiamo moltiplicato i pareri, col proposito dichiarato di aiutare, passo dopo passo, i protagonisti dell’appalto, imprenditore e pubblico ufficiale in buona fede». Un’Anac amica, contrariamente al Fisco? «È un fatto che sono le imprese e il loro giornale, il Sole 24ore, che più appoggiano la nostra attività». Lei ha definito Milano capitale morale, contrapposta a Roma corrotta. «Uscivo dall’esperienza positiva dell’Expo in cui avevo lavorato benissimo con Comune e Regione, facendo squadra. A Roma gli anticorpi alla corruzione faticavano invece a farsi strada».