Albertazzi, quel ragazzo di Salò che si fece artista rivoluzionario e irregolare

Forse il miglior epitaffio per Giorgio Albertazzi, lo scrisse lui stesso, nel 1988, titolando la sua autobiografia, Un perdente di successo. Il maestro si riferiva alla sua esperienza nella Repubblica Sociale Italiana, alla quale aderì, ventenne (era del 1923), più per spirito di avvenura e per coerenza personale che per  convinzione politica, come lui stesso dichiarò in più occasioni. «Pensavo che l’Italia fosse da quella parte», disse. Lo stesso ragionamento lo fecero molti di quelli che aderirono alla Rsi, spinti da un senso dell’onore che era rimasto profondamente turbato nel vedere la fuga indecorosa dei nostri regnanti e il brusco voltafaccia delle nostre forze armate. La cosa ammirevole di Albertazzi e degli altri volontari, è che quando si arruolarono erano tutti consapevoli che la guerra era persa, a cominciare dal comandante in capo Rodolfo Graziani, che non si aveva nessuna possibilità di ribaltare le sorti del conflitto. Fu, per tutti, una testimonianza, e per questo, a nostro modo di vedere, tanto più ammirevole in quanto consapevole. Ma è chiaro che settant’anni fa anche Giorgio Albertazzi era una persona diversa, e non parlava volentieri di quegli anni, tanto più che i vincitori lo accusarono dopo la guerra di collaborazionismo e lo tennero in carcere per due anni, in quanto sottotenente della Legione Tagliamento della Guardia nazionale repubblicana. Fu liberato in seguito alla cosiddetta amnistia Togliatti. È evidente che un’esperienza così drammatica in qualche modo ti segna, soprattutto a un giovane di vent’anni. Come si diceva, quello di Albertazzi non fu un caso isolato: moltissimi attori e artisti aderirono convintamente alla Rsi, da Walter Chiari a Ugo Tognazzi, da Enrico Ameri a Raimondo Vianello, da Salvator Gotta a Gorni Kramer, da Marcello Mastroianni ad Amedeo Nazzari, da Luciano Salce a Enrico Maria Salerno e a tantissimi altri, intelletttuali, sportivi, scrittori.

Albertazzi era un estimatore, ricambiato, di Marco Pannella

Dopo la guerra si laureò in architettura e si dedicò alla recitazione: anche se aveva già girato numerosi film, il suo debutto ufficiale sul palcoscenico è considerato quello del 1949 nell’ambito del Maggio Musicale Fiorentino (sì, la manifestazione culturale inventata da Alessandro Pavolini) in Troilo e Cressidra di Shakespeare, diretto da Luchino Visconti. Da allora Albertazzi passò di successo in successo: pur avendo lavorato nel cinema, in tv con i primi pioneristici sceneggiati, calcò soprattutto i palscoscenici di teatro, diventando, oltre che sommo attore, anche regista e scrittore. È impossibile elencare tutte le intepretazioni e le iniziative culturali di Giorgio Albertazzi, ma vogliamo certamente ricordare la Medaglia d’Oro ai benemeriti della cultura e dell’arte, avuta nel 2002, e il Cavalierato di gran croce dell’ordine al merito della Repubblica italiana, risalente al 1996. E tr aun teatro e l’altro ha anche trovato il tempo di editare quattro libri, l’ultimo dei quali, appunto, il citato Un perdente di successo. Concentrati sulla sua antica militanza nella Rsi, i media non ricordano quasi mai che Albertazzi era grande amico di un altro “monumento” italiano dei nostri tempi, anche lui scomparso in questi giorni: Marco Pannella. Altrettanti irregolare, eretico, anarchico, Albertazzi diceva che condivideva spesso le battaglie di Marco, e in più di un’occasione fu al suo fianco in interminabili dirette notturne a Radio Radicale, generosamente e disinteressatamente. I due si stimavano, complici forse come uomini di spettacolo, in un verso o nell’altro, ma soprattutto come rivoluzionari di idee. È un vero peccato che nessuno dei due sia stato nominato senatore a vita dal Quirinale. Lo avrebbero meritato.