Segretato l’interrogatorio di Gemelli L’Eni: così non possiamo lavorare

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Un interrogatorio attesissimo ma subito segretato. E’ la giornata di Gianluca Gemelli nell’inchiesta della Procura di Potenza che indaga sul sottobosco di interessi e favoritismi fatti dal governo Renzi alle lobbies del petrolio in Basilicata. L’ex-“marito” del ministro Guidi, scaricato poi a mezzo stampa, arriva intorno alle 10 nel palazzo di giustizia di Potenza per essere interrogato dai pm titolari dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata. Indagato con varie accuse in due filoni dell’inchiesta deve rispondere ad alcune domande sugli affari del cosiddetto “quartierino” del petrolio: secondo gli inquirenti è lui “personaggio chiave” degli interessi dello stesso “clan” in Basilicata, per il progetto Tempa Rossa, a Corleto Perticara e in Sicilia per il porto di Augusta.
A passo svelto l’imprenditore siciliano s’infila nell’ingresso principale del palazzo di giustizia senza rispondere alle domande dei numerosi giornalisti presenti che lo attendono. Solo il suo avvocato, Paolo Carbone, parla. E lo fa per dire che Gemelli «è venuto a Potenza per chiarire ogni cosa».
Tre ore dopo l’interrogatorio si conclude con la secretazione dei verbali. Per l’avvocato ha risposto a ogni domanda dei pm. Ora tutto sta a vedere se i magistrati si considerano soddisfatti o meno.
E intanto l’Eni, chiamato in Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti a spiegare qual’è la situazione, ad oggi, del Centro Oli di Viggiano, in provincia di Potenza, sequestrato dalla magistratura nell’ambito dell’inchiesta potentina, alza la posta: «Dal punto di vista tecnico ed operativo – fanno sapere i dirigenti spediti da Eni in Commissione – non è possibile proseguire, nemmeno parzialmente, l’attività produttiva».
Secondo l’Eni, «non esiste una soluzione alternativa di tipo industriale che consenta di evitare la fermata degli impianti», capaci di trattare 75 mila barili di petrolio al giorno. E il perché lo spiegano agli attoniti magistrati gli stessi dirigenti Eni: il Centro Oli – per operare rispettando le indicazioni contenute nell’ordinanza eseguita il 31 marzo scorso nell’ambito dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata – «dovrebbe essere riprogettato dal punto di vista impiantistico e ingegneristico» e passare attraverso «un nuovo e complesso iter autorizzativo per operare non più come un impianto energetico ma come un impianto di trattamento rifiuti». Secondo l’Eni, si tratta di un’«ipotesi del tutto irrealistica sia dal punto di vista industriale che normativo».
Una notizia che getta nello scoramento il Pd. «Nell’attuale fase transitoria, pur rispettando l’opera della magistratura, è auspicabile che si cerchi una soluzione che, tenendo ambiente e salute al sicuro, mandi avanti l’attività lavorativa» dice il presidente della Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, il dem Alessandro Bratti, al termine di visite e audizioni in Basilicata puntando il dito contro l’Arpab, che avrebbe dovuto fare i controlli e non li ha fatti e contro la stessa Regione: «C’è stata scarsissima attenzione per l’Arpab e nell’Arpab vi è stato il cambio di tre direttori generali e altre questioni che ne hanno indebolito l’azione». E, come se non bastasse, ci sono «centraline di controllo e impianti che hanno funzionato a singhiozzo, impedendo di fatto controlli efficaci» sulla conseguenze delle estrazioni e delle lavorazioni».