E adesso il PD vuole anche legalizzare le lobby, come a Bruxelles

«È normale prassi che due governi discutano progetti strategici di interesse nazionale che coinvolgono significativi investimenti da parte di aziende dei rispettivi paesi». L’ambasciata britannica conferma. Tutto vero e non c’è proprio niente da nascondere. Poiché Shell, compagnia petrolifera inglese è, insieme a Total, nel business di Tempa Rossa, il sito per l’estrazione del petrolio di Corleto Perticara. E anche la compagnia fa sapere che si, si è attivata col governo inglese, tramite l’ambasciata, per sbloccare il progetto, si legge su “La Repubblica”.

Tempa Rossa: è tutta una questione di lobby

Nei prossimi giorni la commissione Affari costituzionali del Senato si occuperà di conflitto d’interessi. Ma Anna Finocchiaro, la presidente, ha garantito che considera una priorità affrontare anche la legge per la trasparenza «in materia di attività di rappresentanza di interessi». Spiega il capogruppo dem a Palazzo Madama, Luigi Zanda: «Il provvedimento sulle lobby è talmente attuale dopo la vicenda Guidi, che penso gli daremo una corsia preferenziale».

A chiedere di affrontare il dossier “lobby trasparenti” sono stati i 5Stelle

A Palazzo Madama ci sono una decina di disegni di legge già pronti, tra cui quello della dem Laura Puppato. Alla Camera ci si muove sul terreno minimalista di un patto sul regolamento che istituisce il registro dei lobbisti, disciplina cioè quel viavai di “facilitatori” che braccano i parlamentari, bivaccano davanti alle commissioni, specie durante la legge di stabilità. La stessa Puppato racconta dei “facilitatori” che sie trovata insistentemente davanti alla porta del suo ufficio quando ha preteso di discutere in commissione Ambiente delle energie «fintamente rinnovabili».

«Serve trasparenza sulla corretta attività di lobbying», denuncia Puppato

Nel ddl Puppato il registro dei lobbisti dovrebbe essere affidato all’Anac, l’autorità anti corruzione presieduta da Raffaele Cantone. I lobbisti che operano senza iscrizione al registro rischiano una sanzione da 10 mila a 300 mila euro. E i “decisori pubblici” (premier, ministri e vice, parlamentari, dirigenti pubblici) devono stare attenti alle frequentazioni.