Pd romano moroso e furioso: non vuole pagare 170mila euro di affitti arretrati

«Chiusa per sfratto». Sulla storica sede del Pci, ora Pd, di via dei Giubbonari tra non molto potrebbe essere affisso questo cartello. Il Tar del Lazio, infatti, ha dato ragione al Comune di Roma che aveva disposto lo sgombero dei locali a causa di oltre 170 mila euro di morosità e assenza di concessione. I giudici amministrativi hanno respinto la richiesta con la quale la Federazione di Roma del Partito democratico sollecitava la sospensione dell’efficacia della determinazione dirigenziale. Ma i militanti del circolo dem più celebre di Roma non hanno alcuna intenzione di arrendersi e, a stretto giro, hanno annunciato ricorso e azioni di “resistenza” allo sgombero.

Nel Pd romano, la sezione di via dei Giubbonari è storica

Il Campidoglio aveva già deciso di procedere alla riacquisizione forzosa dell’immobile, anche dopo un’indagine della Corte dei Conti che aveva confermato la legittimità della decisione. Si contesta, oltre all’assenza di concessione, una morosità nel pagamento degli affitti per 170.191 euro, accumulata dagli anni Ottanta. «Il ricorso è sicuro – ha detto il segretario del circolo Giulia Urso – Da qui non ci muoviamo, siamo pronti a resistere allo sgombero. Ci stanno arrivando attestati di solidarietà e anche soldi da tutta Europa. Ci stiamo confrontando con i militanti sulle prossime azioni da mettere in campo e abbiamo già indetto una riunione per lunedì». Secondo Urso, che non lesina dure critiche all’amministrazione commissariale di Francesco Paolo Tronca, «la questione è politica perché in questi giorni a Roma si stanno susseguendo sgomberi che non tengono conto del tessuto cittadino». Sono settanta anni che prima il Pci – e poi la sua evoluzione in Pds e Ds – e oggi il Pd occupa i locali di via dei Giubbonari. Tra gli iscritti storici si ricordano Palmiro Togliatti e Pietro Igrao, poi anche Giorgio Napolitano, mentre attualmente sono iscritti Fabrizio Barca, Luigi Zanda, Monica Cirinnà e altri parlamentari. L’unica concessione esistente è però scaduta da un bel po’: fatta nel 1946, quando la struttura ereditò l’eredità di Casa del Fascio, durava solo un anno. Poi più nulla. Negli anni a seguire «diversi segretari, non solo io, hanno sollecitato, invano, il Comune (quasi tutte giunte rosse per finire con Ignazio Marino) a regolarizzare la situazione – ha ricordato Urso – E ora ci vogliono mandar via, per una questione che burocraticamente e’ corretta, ma eticamente e civilmente no».