Morti sospette, colpo di scena: annullato l’arresto dell’infermiera

L’infermiera di Piombino Fausta Bonino, 56 anni, in carcere dal 31 marzo scorso ha lasciato l’istituto don Bosco di Pisa. Il tribunale del riesame di Firenze, secondo quanto si apprende, ha annullato l’ordinanza d’arresto. La donna era stata arrestata con l’accusa di aver provocato la morte di 13 pazienti del reparto di rianimazione dell’ospedale con Eparina. Al riesame si era rivolto il difensore Cesarina Barghini. La decisione del riesame sarebbe stata comunicata a Fausta Bonino al don Bosco. E la Bonino ha lasciato nel pomeriggio il carcere don Bosco di Pisa. Era stata direttamente lei a chiamare il marito, Renato Di Biagio, dicendogli di venirla a prendere, come ha riferito l’avvocato della donna, che ha spiegato di non conoscere, «ancora i termini della decisione del tribunale del riesame che a noi non ha notificato niente». La donna è uscita dal carcere insieme al figlio senza rilasciare dichiarazioni ai giornalisti e cameraman che l’attendevano fuori. Il figlio l’aspettava davanti al carcere a bordo di una Fiat Panda blu e ha chiesto di non essere né inquadrato dalle telecamere né intervistato. Qualche attimo prima che la donna uscisse la porta del don Bosco si è aperta e alcuni agenti penitenziari hanno invitato i giornalisti ad allontanarsi di qualche passo: Fausta Bonino è uscita a passo svelto ed è subito salita nell’auto posteggiata a pochi metri dalla porta, senza guardarsi intorno.

L’infermiera è stata in prigione per 21 giorni

Nel reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino, dove si sono verificate le 13 morti sospette, «esistevano delle criticità sotto il profilo organizzativo, e della gestione del rischio clinico». Lo ha detto Stefania Saccardi, assessore alla Salute della Regione Toscana, esponendo il lavoro della Commissione regionale d’indagine: «Il reparto doveva in qualche modo rendersi conto che sei morti in cento giorni alla fine del 2014 era qualcosa di anomalo». Le modalità di controllo, secondo la Regione, «sono risultate inefficaci per problemi di mancanza di consapevolezza situazionale derivante da fattori organizzativi» come la leadership, la continuità assistenziale, l’attitudine al teamworking, e mancanza di know how delle problematiche riguardanti la fisiopatologia della coagulazione. Inoltre, per la Regione, il sistema locale di segnalazione e analisi degli eventi avversi ha presentato «limiti rilevanti sotto il profilo dell’identificazione e comunicazione degli eventi». Ma c’è un altro caso di morti sospette: si apprende che già da qualche giorno sono iniziati e stanno proseguendo gli interrogatori in procura a Bergamo di una dozzina di colleghe di Anna Rinelli, infermiera di 43 anni indagata con l’accusa di aver somministrato Valium ad alcuni pazienti del reparto di Medicina dell’ospedale di Piario (Bergamo). Il pm Carmen Pugliese ha interrogato alcune colleghe della Rinelli, tra infermiere e operatrici sociosanitarie, e altre si sono presentate in procura, sempre in qualità di persone informate sui fatti. Gli inquirenti stanno approfondendo alcuni aspetti legati a quanto accadeva in reparto dopo che, settimana scorsa, gli esiti delle prime cinque autopsie eseguite a febbraio hanno confermato la presenza del Valium nel corpo dei pazienti deceduti.