Londra, parte la campagna per uscire dalla Ue. Soccorso rosso per Cameron

Si apre ufficialmente la campagna per il referendum sulla Brexit (l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea) del 23 giugno. I due schieramenti pro e contro la permanenza della Gran Bretagna nell’Ue preparano le armi per lo scontro finale anche se la guerra di parole va avanti da settimane. E la tensione sale fra i conservatori, divisi sul futuro del Paese in Europa. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, e il ministro della Giustizia, Michael Gove, intervengono per stigmatizzare la scarsità di fondi pubblici che riceve l’Nhs, il servizio sanitario britannico, che, secondo i due sostenitori del “no” all’Unione, può essere salvato uscendo dal club dei 28 e dirottando sulla spesa pubblica i miliardi che Londra versa come contributo a Bruxelles. Dall’altro schieramento, invece, arriva il monito dell’ex cancelliere dello Scacchiere laburista Alistair Darling, secondo cui la Brexit costerebbe all’economia britannica 100 miliardi di sterline, ma è una cifra tutta da verificare, molti pensano che siano numeri al lotto. Intanto il vertice europeo di giugno, inizialmente previsto per il 23 e 24, è stato rinviato al 28-29 per non farlo coincidere con il referendum britannico previsto per il 23. Lo ha comunicato il Consiglio europeo.

Inedita alleanza tra Corbyn e Cameron

David Cameron insomma arranca a poco più di due mesi dal referendum sulla Brexit e in soccorso del fronte filo-Ue arriva – con le proprie bandiere rosse, al grido di “un’Europa sociale è possibile” – il vecchio socialista Jeremy Corbyn: anima rossa del Labour, mai troppo tenero verso Bruxelles. Investito dallo scandalo dei Panama Papers e dalle rivelazioni sui benefici ricavati dal fondo offshore paterno, il premier conservatore britannico resta in piedi, ma perde colpi. Secondo le ultime rivelazioni, il tasso di fiducia della gente nei suoi confronti, sul dossier europeo, è precipitato al 21% (meno 8), contro il 28% di Corbyn (che conferma il sorpasso anche in termini di popolarità complessiva) e il 26 del sindaco di Londra, Boris Johnson, capofila dei dissidenti euroscettici in seno ai Tory. Parallelamente, scrive il Times, s’indebolisce lo schieramento elettorale anti-Brexit: dato ora testa a testa con quello opposto (39% ciascuno con un 17% d’indecisi) dopo l’impennata d’un paio di settimane fa. Mentre alcuni analisti citati dal Financial Times avvertono che un’affluenza sopra il 55% rischia di sancire il via libera al divorzio europeo. Un contesto nel quale la scelta di campo del vertice laburista potrebbe rivelarsi decisiva. Ecco quindi spiegata l’attenzione dei media alla manifestazione di partito con cui Corbyn, esistante fino all’ultimo, ha rotto gli indugi. Proclamando ad alta voce quello che finora aveva detto solo a mezza bocca, l’irriducibile fustigatore dell’austerity ha chiarito che i suoi “no” ad alcuni dogmi attuali dell’eurocrazia non nascondono alcuna ambiguità sulla questione di fondo in gioco con il voto del 23 giugno: «Il Labour è fortemente in favore dell’Ue», ha detto un po’ contraddittoriamente, sottolineando di credere a una via sociale per l’Unione. Come Cameron, anche Corbyn ha una storia politica punteggiata di posizioni euro-riluttanti. E come lui pretende da anni riforme per promuovere “un’altra Europa”. Solo che gli obiettivi sono diversi. Ma al di là dei contrasti politici, a Cameron la mano tesa del capo laburista tuttavia non dispiace affatto.