L’indiscrezione: a Mattarella piace la svolta “moderata” di Silvio. Ecco perché

Roma laboratorio politico nazionale. Non solo del centrodestra ma del futuro dl bipolarismo italiano, che dopo il consolidamento del consenso grillino ora di poli ne conta ben tre. È bastato lo spariglio di Berlusconi con il suo appoggio ad Alfio Marchini (quello di Francesco Storace appare imminente) nella corsa per il Campidoglio per indurre i giornali italiani a riattivare il radar su una coalizione data forse troppo sbrigativamente per schiantata sotto il peso dei suoi stessi errori. Invece, sorpresa: il centrodestra c’è e riesce ancora ad interessare. Questa operazione non lascerebbe indifferente il presidente Mattarella.

Mattarella rivuole il bipolarismo

È quanto si legge in un editoriale di Francesco Bei sulla Stampa di Torino (il giornale cita Mattarella solo nell’occhiello), che saluta la mossa romana del Cavaliere come «un ritorno alla politica» capace di «riverberare i suoi effetti anche oltre il perimetro del Grande Raccordo Anulare». Il perché – secondo l’autore – è presto detto: il ritorno alla politica del centrodestra segnala la fine della sindrome che gli inglesi definiscono simpaticamente Tina (there is non alternative) ma che tradotta in italiano, nella situazione attuale, significa che Matteo Renzi può fare quello che gli pare perché nessuno appare in grado di scalfirne la leadership. Una situazione assolutamente non fisiologica per una democrazia compiuta e matura. Certo, c’è Luigi Di Maio, il volto presentabile dei Cinquestelle, ma – è sempre Bei che scrive – «restano ancora troppe incognite sul Movimento perché possa proporsi in maniera credibile». Idem per Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che l’editorialista valuta «non attrezzati per conquiste di vasta portata» benché risultino invece implacabili  – secondo la definizione dei «micropoteri» studiati da Moisés Naìm, citato da Bei – quando «logorano, ostacolano, minano, sabotano e aggirano i grandi protagonisti».

Ma Berlusconi rifiuta l’opzione neocentrista

Insomma, allo stato l’Italia è retta da un tripolarismo fittizio che in realtà è un bipolarismo otturato dalla mancanza di sbocchi a destra. «Un’anomalia – assicura Bei – che sta anche al centro delle preoccupazioni private del capo dello Stato». Il che è una novità non da poco alla luce dello stretto riserbo istituzionale che il presidente Mattarella si è imposto sin dall’inizio del suo mandato e cui rigorosamente si attiene. A maggior ragione, dunque, la Capitale si fa laboratorio. Ma non di un’opzione neocentrista, come pure sperano i soliti nostalgici cui Berlusconi mai si presterebbe. Piuttosto – scrive Bei – il Cavaliere s’intesterebbe «un’operazione spericolata», cioè «far crescere una leadership moderata nuova, che non sia la sua, e contemporaneamente tenere uniti a sé i lepenisti. Ma in posizione subalterna». Che poi – secondo l’editorialista – è «l’unica strada per tornare a un  centrodestra competitivo».