L’analisi – La ricerca dell’unità tra l’autocritico Alemanno e la discontinua Meloni

FacebookPrintCondividi

La presentazione del libro di Gianni Alemanno “Verità Capitale (edizioni Koinè) – di grande sincerità contro se stesso, cosa grande nel ristagno piccino delle elezioni romane – ha incrociato il “ritiro” di Guido Bertolaso da parte di Berlusconi e la convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini: si apre così a Roma uno scontro inedito tra un nuovo Centro – il cui patronage Casini vorrebbe conferire a Berlusconi – e le destre di Meloni e Salvini, messe all’indice come “populiste”.
Il libro fa da sfondo a una questione, che è anche etica e umana (l’ex sindaco lo ha dedicato “a chi mi è rimasto vicino e a chi mi ha voltato le spalle”), ma soprattutto culturale e politica, con riferimento alle elezioni nella Capitale, ma anche extra moenia.
È la questione delle eredità politiche. Il tema è tutt’altro che marginale nel logos pubblico: nell’era del “nuovismo” il Passato è un ospite inatteso che bussa puntualmente alla porta. Senza scomodare “il paradosso della contemporaneità del passato con il presente che è ‘stato'” di Deleuze e il più noto “siamo nani sulle spalle di giganti” (Bernardo di Chartres) a ogni tornante della politica il problema degli eredi si pone.

Le eredità politiche a destra e a sinistra

Il Tempo e il Passato hanno tormentato il cammino della destra, fin dalla nascita del Msi (“non rinnegare, non restaurare” ) alla svolta di Fiuggi e alla creazione di An; e hanno segnato la strada della sinistra: dal rapporto Kruscev, passando per la radiazione del “Manifesto”, il compromesso storico e la svolta della Bolognina. Detto altrimenti, il Tempo rivendica il suo campo, eccome, rispetto al più attuale e visibile Spazio: la politica vive di ambedue.
Le pagine “autocritiche” di Alemanno calano questi aspetti nella carne viva della propria esperienza quale successore dei sindaci “gauchistes”. E partono da un’affermazione forte: la sua amministrazione, sul piano delle realizzazioni concrete, fu migliore di quella di Veltroni e ciò anche in rapporto a Mafia Capitale (non esiste un Odevaine di destra) e al netto dell’obiettiva capacità “cinematografica” di Walter di meravigliare con effetti speciali. Veltroni lasciò un buco di oltre 22 miliardi e il suo successore riuscì a ripianarlo; in più Alemanno dotò la città della legge su Roma Capitale, per la quale si battè tutta la squadra di An nelle istituzioni, inclusa Giorgia Meloni, allora al governo. L’accusa di Alemanno, solo apparentemente garbata, ma nei contenuti durissima, ai giornali e ai giornalisti italiani è di avere accompagnato la narrazione veltroniana con cori di conformismo senza precedenti (se ne ritrova un duplo in era renziana); la sua giunta, al contrario è stata destinataria di attacchi seriali e concentrici, spesso gratuiti e ingiustificati.

La destra di governo: errori e ragioni

È una critica che, accompagnata da un difficile mea culpa politico (“non essere riusciti a sviluppare in modo compiuto una cultura della legalità nell’azione di governo”), lascia libera la giustizia di fare il suo corso; intanto, però, restituisce quote di credibilità all’ex sindaco che ha il coraggio di ammettere gli errori, ma chiedendo – e questo fa molta estetica di destra – l'”onore delle armi”. E, sul piano politico, apre la strada – il libro è molto documentato – a una più obiettiva considerazione del “quinquennio di destra”, specie nel confronto col disastro-Marino che è arrivato dopo.

La seconda riflessione che il testo suggerisce è la necessità che si torni a ripensare in positivo alle esperienze della destra di governo: Moffa, Storace e Alemanno hanno dato vita ad amministrazioni certo migliori dei loro successori di sinistra Zingaretti, Marrazzo e Marino. Ciò fa comprendere che è errato lo sforzo di “una rimozione sugli errori collettivi e sui limiti organizzativi e culturali” della stagione di destra in Campidoglio rispetto alla necessità, invece, di allontanarsi da una certa sindrome che porta all’oblìo del positivo e a interiorizzare luoghi comuni autodistruttivi, circuitati dai media e utilizzati in dialettiche interne alla destra stessa.

Se l’unità fosse determinante per vincere

È, quindi, comprensibile l’ansia di discontinuità in chi , come Giorgia Meloni, corre da candidata sindaco in un confronto molto diretto con candidati “senza passato”, come la pentastellata Virginia Raggi. Ma – “discontinuità – scrive Alemanno – si costruisce, invece, comprendendo bene gli sbagli del passato, ammettendoli pubblicamente, e indicando dove e come si opereranno i necessari correttivi”.
Non si può essere figli di se stessi: anche in politica paternità e tradizione non si possono negare. A destra, per ragioni forti attinenti alla sua stessa ontologia.
Ma anche a sinistra: Giachetti non rinnega la biografia politica della sinistra a Roma: da Argan, Petroselli, Vetere, fino a Rutelli, Veltroni e perfino Marino. Anzi la rivendica. Perché Giorgia Meloni non dovrebbe fare lo stesso verso il “suo” sindaco ? “Il colpo fallito aiuta il colpo che riesce” e anche le costruzioni politiche “nascono sia da coloro che falliscono i loro colpi che da coloro che li azzeccano”, ci lascia scritto Saint-Exupery nella sua “Cittadella”.
Della “guerra” apertasi a Roma tra centro e destra, è allora così difficile farne l’occasione per ricercare l’unità perduta sulla “rive droit” ?
E, perché Giorgia Meloni non dovrebbe sperimentare (a proprio vantaggio) la capacità di leadership trovando la strada, anche in extremis, di un accordo con Francesco Storace ? La grande politica non passa per chiusure orgogliose e dosaggi di liste e candidati. E una via, pure stretta e impervia, la si trova sempre. Storace, che tutto è fuorché moderato, non ha nulla a che vedere col neo-centrismo che si vorrebbe fare nascere nel laboratorio romano. E la Meloni non ha ragione di chiudere la porta a storie politiche e personali che con i propri mondi vitali hanno contribuito a fare la storia più grande da cui lei stessa viene, che un tempo è stata comune e può tornare a esserlo. Con una domanda inquietante per tutti: e se la ricomposizione del “popolo della destra” e dei suoi consensi fosse determinante per tornare a vincere ?