L’analisi – Referendum, errore giocarlo contro Renzi. Ma la vittoria ha dei costi

Il referendum sulle trivelle non ha raggiunto il quorum, la partecipazione degli italiani si è fermata al 32%: un dato da valutare con attenzione. Era praticamente impossibile che andasse al voto oltre metà degli aventi diritto. Ed era pure facile prevederlo. Se alle Europee di due anni fa e alle Regionali dell’anno dopo, le elezioni più recenti, molto politicizzate e trainate dalle preferenze dei candidati, il 50% degli elettori è stato superato di non molti punti percentuali, era difficile credere che un referendum di interesse limitato e controverso, come quello sulle concessioni petrolifere, potesse farcela a superare la soglia.

Il primo sconfitto del referendum è Emiliano

Un imprevisto prevedibile che è stato male ponderato dai promotori e in particolare dal primo sconfitto, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che avrebbe voluto utilizzare il referendum come volano per contrapporsi a Renzi e conquistare la leadership del Partito democratico. Ma il maggiore errore politico lo hanno commesso le opposizioni, esterne e interne, al premier: centrodestra, sinistra radicale e dem e, ancor più, M5S. Esattamente l’errore di trasformare il referendum in una consultazione contro Renzi, accompagnandola con toni accesi e accuse di violazioni della Costituzione e persino della legge penale. Così, voto e non voto sono diventati simbolici, ben al di là dei quesiti referendari. Certo, la propaganda per l’astensione, fatta in modo diretto e pesante dal primo ministro, non è stata il massimo del bon ton istituzionale, è stata una forzatura; ma, non essendo illecita, è legittima: è la politica. E da una personalità spregiudicata, qual è il capo del governo e del Pd, non ci si poteva aspettare alcuna remora a utilizzare tutte le armi, anche improprie, che essa offre.

Referendum, opposizioni cadute nella trappola

La verità è che le opposizioni sono cadute nella trappola dello scontro frontale e Renzi ha avuto buon gioco a vincerlo. Senza grandi rischi: per prevalere, è bastato aggiungere al non voto di appartenenza – fortemente sollecitato dal Pd ufficiale e dal premier che ci ha messo la faccia – i milioni di astensionisti abituali e anti-sistema che da anni “ideologicamente” rifiutano di partecipare al voto. A qualunque voto, incluse le consultazioni referendarie. E poiché restare a casa è più comodo di andare a votare, contro la validità si sono schierati tre “partiti”: astensionisti ideologici, elettori pigri e il partito di Renzi con gli alleati di governo. Così, il risultato di nullità del referendum è dovuto in minima parte a Renzi e quasi per niente ai petrolieri; lo ha, invece, determinato l’area plurale dell’astensione, costante e crescente, che neppure forze politiche e leadership nuove, a iniziare dai Cinque Stelle, sono riusciti ad arrestare. Quella consegnata al presidente del Consiglio, più dalle cattive mosse degli altri che dal consenso proprio, è quindi una vittoria politica, dalla quale egli cercherà di trarre utili spendibili nel complicato “game” che è sempre stato e si conferma l’agone politico italiano. Il principale profitto che Matteo Renzi cercherà di ricavarne sarà quello – com’è nel basic istinct del personaggio – di presentare e alimentare il mito dell’invincibilità di se stesso e della propria squadra: la sua tattica è vincere più che convincere. Cioè acquisire nuovi elettori, puntando sul nostro carattere nazionale, che è impastato molto dello stare dalla parte del vincente. Ma, nel quale modo di essere italiani, c’è pure la possibile ribellione a chi vuole stare solo al comando e vincere troppo, con una corte di fedeli che inevitabilmente esclude tanti. Un rischio di “ybris” che il premier, uomo d’azzardo, mostra di sottovalutare.

I pericoli che corre Renzi

Il secondo pericolo per Renzi è quello di considerare il referendum sulle trivelle come prova generale del referendum confermativo della riforma costituzionale che si terrà a settembre: ma, nel referendum sulla “legge Boschi”, Renzi non avrà dalla sua i bonus del quorum e delle astensioni fisiologiche. In ogni caso, le due consultazioni sono imparagonabili per materia, per impegno che ci metteranno le forze politiche e per la posta in gioco, ben più alta. Il fatto che egli voglia conferire alla prossima prova referendaria la mission di plebiscito gollista sulla sua persona, fa comprendere quanta distanza ci sia tra il referendum vinto adesso e quello costituzionale. Quando a cambiare il Senato in Francia ci provò De Gaulle, perse il referendum e si ritirò. Parliamo di Charles De Gaulle. Terza questione, che si somma agli altri costi dell’operazione di Renzi, è quella dell’immagine e del blocco sociale del Pd. Il referendum di domenica scorsa fotografa il Pd e il suo segretario- premier accanto ai petrolieri. Un accostamento il quale pesa sull’estetica e sulla rappresentanza reale o percepita degli interessi in campo, che non sono precisamente quelli “dei lavoratori” come, facendo un po’ sorridere, Renzi ha comunicato. Se accanto alla Fiat di Marchionne e alle banche, si aggiungono nel blocco sociale renziano anche i petrolieri, il pericolo è che il Partito della Nazione prenda una strada che lo porti troppo lontano dalla “rive gauche”; dalla tradizione e dai giacimenti di consensi di cui il Pd, primo partito della sinistra in Italia e in Europa, è tuttora largamente beneficiario.