L’Analisi – Forza Italia tra destre “bonapartiste” e opposizione soft

Alcuni commentatori hanno messo l’accento sul rischio che Forza Italia, si avvii a una metamorfosi che ne cambi la natura, fino a trasformarla in partito che scimmiotta i Cinque Stelle. Paolo Mieli (Corriere, 19 aprile) impartisce alla Right italiana “La lezione inglese alle Destre”, prendendo le mosse dal fair play del leader laburista Jeremy Corbyn: l’opposizione europeista di Sua Maestà è soft con David Cameron, al punto più basso del suo consenso politico. Mieli fa notare che Corbyn, pur avendo tutte “le carte in regola” per battersi pro uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dare il benservito al premier che ne sarebbe travolto, ha invitato il suo elettorato a dire no alla Brexit, nel referendum di giugno. E ciò perché, oltre le convenienze di parte, restare in Europa è nell’interesse nazionale del popolo britannico. Mieli, invece, nota che FI nella vita parlamentare e sulle piazze dei referendum – quello passato e quello che sarà celebrato a ottobre – ormai adotta comportamenti da opposizione irriducibile: “denunce di conflitti d’interesse, derive autoritarie, asservimento ai petrolieri, attentati alla Costituzione, occupazione abusiva degli spazi mediatici”; e teme che, con questo nuovo stile, gli azzurri dell’ex premier finiscano a traino dei grillini, fino a “essere sempre più subalterni al primo che passa e che emette un urlo” con la conseguenza di un “preoccupante sbilanciamento dell’intero sistema politico italiano”.

Opposizione vera e competitiva

Anche per Stefano Folli (Repubblica, 19 aprile), “il centrodestra corre il rischio di apparire subalterno ai Cinque Stelle, specie perché il terreno referendario risulta di gran lunga più idoneo alle scorribande grilline piuttosto che agli aggiustamenti tattici del berlusconismo al tramonto”. Sono fondate le osservazioni di Folli e soprattutto di Mieli? Certo sollecitano riflessioni utili a tutto il centrodestra italiano, inclusi Fratelli d’Italia e Lega, di cui però mi sembra inappropriato Mieli possa affermare “fanno semplicemente ciò per cui sono al mondo, rifiutandosi di andare per il sottile nella loro guerra al governo”. Non foss’altro perché i partiti di Salvini e Meloni, a differenza del movimento di Grillo, sono eredi e depositari di una cultura di governo maturata negli esecutivi di centrodestra: la leader di FdI è stata la più giovane ministra della storia d’Italia. E, più banalmente, perché la democrazia dell’alternanza ridà sempre chances di tornare alla guida del Paese. Ancora non sappiamo se il centrodestra, unito e competitivo nelle amministrative a Milano, supererà l’impasse e lo sarà anche a Roma, convergendo su Giorgia Meloni, in testa ai sondaggi. Sicuramente solo l’unità delle tre forze principali che lo compongono (e di altre minori, com’è accaduto con Passera, come potrebbe succedere con Storace) può rimetterlo sulla strada che può farlo vincere. Ed è assodato che il terreno comune sul quale Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia possono ritrovarsi, è l’opposizione; a condizione che sia vera, senza sconti e concorrenziale con il M5S. L’opposizione, da sempre in politica, ha una sua “forma”, una sua cassetta degli attrezzi e un suo modo di essere comunicata all’esterno del Palazzo. Con un premier come Renzi, il pericolo è, se mai, di farsi agitare oltre il dovuto, dal suo stile stizzoso e sicuramente poco british, nei confronti di minoranze interne ed esterne. Ma, anche non cedendo alle inedite provocazioni caratteriali del capo del governo, l’opposizione deve fare il suo mestiere e condurre con severità la sua mission, che poi è il mandato che le hanno affidato gli elettori: un fattore di quell’assetto di sistema che Mieli paventa possa essere alterato da uno scenario che veda i berlusconiani andare a scuola più dai grillini che dal capo del Labour. La verità è che in tutti i parlamenti del mondo si coagulano interessi e solidarietà, esplicite o indirette, tra le forze che contestano gli esecutivi. Questo accade da sempre anche da noi: è fisiologia politica che ricorra, in particolare, nei referendum e su provvedimenti di importanti per la vita del paese e per il corretto funzionamento della democrazia politica. Ciò chiarisce, in parte, nel referendum sulle trivelle, certi toni accesi e degni di miglior causa (qui ha ragione Mieli) da parte delle forze anti-governative: sugli accenti eccessivi Renzi ha abilmente costruito una vittoria politica.

Referendum di ottobre: no al plebiscito

Il passato aiuta: è memorabile la battaglia che Pci e Msi, “fascisti” e “compagni”, a braccetto a pochi anni dalla fine della guerra, ingaggiarono nel 1953 contro la famigerata legge-truffa che riconosceva un premio di maggioranza alla coalizione vincente. La riforma elettorale passò in aula, in una seduta-bagarre, un vero e proprio scontro fisico al cui paragone le intemperanze di leghisti e grillini oggi fanno sorridere; tutte le opposizioni si recarono inutilmente al Quirinale per eccepire la validità della seduta e gridare al golpe del governo guidato da Alcide De Gasperi. La legge entrò in vigore, ma non il famigerato premio, che assegnava il 65% dei seggi alla coalizione che avesse superato metà dei voti validi: a Dc e alleati ne mancarono poco più di 50 mila. Allora, le opposizioni di sinistra e di destra condussero con successo la battaglia elettorale intonando identiche, durissime argomentazioni e ciascuna di esse poté rivendicare di essere stata determinante nell’impedire che si consumasse ciò che giudicavano un vulnus alla Costituzione. Simile a questo precedente si accinge a diventare il referendum confermativo che si terrà in autunno sulla “legge Boschi”, una riforma della Carta, che sposta l’asse dei poteri verso il governo, indebolisce il Parlamento ai danni soprattutto del Senato che viene declassato e regionalizzato. Nei giorni scorsi, i parlamentari di centrodestra, di M5S e di Sinistra Italiana hanno presentato in Cassazione le firme necessarie (1/5 delle Camere) per chiedere il referendum costituzionale. E lo hanno fatto congiuntamente, com’era logico. Sarà così anche la campagna referendaria. È naturale che tutte le opposizioni, al di là della diversificazione dei comitati per il No, abbiano il medesimo obiettivo: bocciare la riforma e liquidare Renzi che ha fatto del referendum un plebiscito gollista sulla sua persona. In questo contesto, sarà naturale vedere associati da medesime tesi e passioni, Brunetta e Di Maio, La Russa e Fassina. In cosa potrebbe differenziarsi Forza Italia senza pagare pegno proprio nel ruolo di opposizione ?
La linea ispirata a moderatismo e “senso di responsabilità”, se così si può dire, FI l’ha già ampiamente praticata con la “politica del Nazareno”: con quali risultati ? Il centrodestra si è diviso tra integralisti e dialoganti, Berlusconi è stato illuso ed escluso nell’elezione del Capo dello Stato, Forza Italia ha subìto una scissione; e, quel che è più grave, il partito dell’ex Cavaliere ha perso credibilità tra i suoi elettori, demotivati e sbandati da messaggi contraddittori, ora contro, ora pro- Renzi. Non sarebbe molto meglio fare l’opposizione, competitiva o persino sovrapponibile a quella dei Cinque Stelle (è vero: solo Brunetta se n’è fatto portavoce coerente), piuttosto che smarrirsi in contraddizioni che espongono l’elettorato forzista alle sirene simil-berlusconiane del renzismo ?
Infine, c’è una questione più profonda che attiene al crepuscolo del berlusconismo.

Lega e FdI, i più innovativi nel centrodestra

Dobbiamo a Renè Remond la ricostruzione del quadro storico-politico della Destra dopo la caduta dell’Ancien Regime e l’avvento della Rivoluzione francese; tre destre, tre strategie, tre archetipi tuttora utilizzati per comprendere i modelli di destra possibili: quella legittimista-reazionaria, ferma al ritorno di Trono e Altare dopo il regicidio; l’ orleanista, dalla vocazione monarchica ma costituzionale e liberale; infine la destra bonapartista. Ciò che alla fine distinse quest’ultima, fu la sua capacità di adattarsi ai tempi nuovi, accettare il suffragio popolare, aprirsi alla modernità. Forse una lezione attuale, nel tempo politico di Grillo e Renzi: sapere giocare sullo stesso campo degli avversari, combatterli con il loro stesso linguaggio, con il loro stesso armamentario. Su questo piano, i soggetti che Mieli iscrive alla “protesta”, Lega e FdI, sembrano oggi i più innovativi del centrodestra: hanno scelto di cavalcare e non farsi scavalcare o sommergere dall’onda “populista”; hanno messo in campo immagini nuove e un’opposizione senza complessi e riverenze, talvolta fuori le righe e le buone maniere che certa “vecchia politica” e il “decoro” delle istituzioni suggerirebbero; ma, si sono dotati di un appeal in grado di farli giocare ad armi pari con l’ M5S. Deve fare riflettere che l’unica, adeguata, competitor della grillina Raggi a Roma sia la Meloni. Ora anche Forza Italia, che si dibatte tra nostalgia del Re e tentazioni compromissorie, è attraversata dai fremiti innovatori di chi vuole guardare avanti. Sono queste ansie di “passaggio” a spiegare le ragioni profonde delle divisioni nel centrodestra e le sue scelte incompiute. Le elezioni romane ne sono la metafora evidente.