L’analisi. Bertolaso-Meloni: derby tra centrodestra vecchio e nuovo

Giorgia Meloni, non è campionessa di moderatismi né di diplomazie, ma in tanti suscita sentimenti di stima e ammirazione; c’è chi ne lamenta e chi ne loda la durezza – appena addolcita dalla maternità vicina – per ciò che predica e per la mimica che l’accompagna. Quelli che, irritati, si ritraggono dal suo gergo popolaresco o dai suoi toni a volte fuori le righe, sono sopravanzati dai tanti che ne sono fatalmente attratti. Oltre tifoserie e antipatie, immagine e linguaggio, si è guadagnata nel discorso pubblico, il profilo di leader giovane che convince per determinazione e decisionismo. E, anche chi non segue le cose politiche, ne percepisce, miste a qualche ingenuità, visioni e convinzioni forti, maturate sui campi della battaglia politica: una donna che marca differenza e indifferenza verso figure, storie e stili di vita che berlusconismo e renzismo ci hanno abituato a vedere dentro la politica italiana.

La sua (e di La Russa) fu una “rupture” coraggiosa: avere mollato il Pdl con un’exit strategy, abile e non traumatica, dopo la scomunica dei finiani ha evitato, a lei e ai suoi, anatemi e maledizioni dal mondo di B.
Ha avuto ragione: oggi è lei è la leader riconosciuta della destra parlamentare, unica anche se piccola, figlia legittima di An creata da Fini e Tatarella e nipotina del Msi di Almirante e Rauti. Giorgia deve al mondo di destra non tutto, ma certo tanto: in primis avere avuto riconosciuti i suoi meriti politici e avere potuto esercitare il mestiere di leader del giorno dopo. E, questione non da poco, essere stata messa sull’ascensore politico di più giovane ministra della storia d’Italia. È anche vero che la “presidenta” ha fatto fruttare talenti e investimenti per lei e per la sua forza politica, giovane e talvolta giovanile. Anche se Fratelli d’Italia non è radicato ovunque e la sua classe dirigente non sempre è sufficiente, potrà esserlo domani; sappiamo come oggi salgono le “elites” politiche: col tempo e l’abitudine a esserlo; e ancor più a essere viste come tali e farsi pesare dal grande pubblico in tiggì e talk-show, social e giornali.

Giorgia, destra “nova” e contemporanea

Comunque la si pensi, è la Meloni la destra “nova”, quella richiesta dalla contemporaneità, populista e nuovista se si vuole, ma è quella reale di Podemos, Ciudados e Cinque Stelle; di Matteo Salvini, Matteo Renzi e Marine Le Pen; Donald Trump, Rudolf Hofer e Alexis Tsipras; passando per il presentismo e le aperture di Papa Francesco e tory innovativi come il sindaco di Londra Boris Johnson; ed è sempre meno quella, fallimentare e terminale, del popolarismo europeo, di Merkel e Sarkozy, Rajoy e Berlusconi. E, per restare sul versante “right”, forse anche della “conservative mind” classica di David Cameron, ammaccato dai Panama Papers e prossimo a uscire di scena, specie se a giugno passasse la Brexit.
Su questo scenario, la Meloni è attesa alla prova più difficile che, dopo ripensamenti e revisioni, ha fortemente voluto: battersi per fare il sindaco di Roma. La mossa è giusta, inevitabile per la sua piccola destra, che così ha spazio e “skenè” per crescere e giocarsi la partita nel centrodestra che verrà. E, così, anche lei personalmente che ne è faccia e voce.
Giorgia Meloni, si sa, non è amata da Silvio Berlusconi e neppure dal “cerchio di maghe” che lo circonda e lo influenza (secondo mezza Forza Italia, lo circuisce). Tra i due non c’è empatia. Ma c’è anche un “quid” politico ancora non del tutto chiaro, ma i cui contorni cominciano a definirsi.

Berlusconi  e il cerchio delle “maghe” vogliono perdere

Se uno come l’ex Cavaliere insiste su un candidato, Guido Bertolaso, che fa la parte del Candido di Voltaire, ma che bocciano pure i sondaggi e provoca mezza rivolta in FI, cos’è che lo ha fatto decidere per non “vincere” con la Meloni, cioè di giocare a perdere una partita decisiva per il futuro e forse per l’esistenza in vita del centrodestra ( la leader di FdI ne ha annunciato la fine) ? Cosa, oltre la questione di feeling mai scattato tra i due ex, il vecchio premier e la sua ministra ?

Non può esserci che una risposta: la decisione di Berlusconi di lasciare il centrodestra, come spazio politico e schieramento. A meno di ripensamenti successivi, sempre possibili nel capo di Forza Italia, oggi questa è la scelta. Per fare cosa ? Per fare una Cosa di centro, con Alfano e Casini, e svoltare in modo aperto su Matteo Renzi, designandolo quale erede vero del berlusconismo ? L’ultimo segnale al capo di FI sarebbe la polemica aperta dal premier contro i giudici, tutt’altro che casuale o improvvisata. E ciò, nonostante questa strada possa portare all’implosione di Forza Italia o alla probabile uscita da essa dell’ala più politica, ormai in contrasto col “cerchio delle maghe” ?

L’altra possibilità è che Berlusconi, alle elezioni romane, voglia arrivare con Bertolaso quarto o quinto, nella speranza che la Meloni, non arrivi al ballottaggio e giocarsi il gruzzoletto di voti al secondo turno. Qui schiererebbe i forzisti in favore del pd Giachetti; così sperimenterebbe uno schema di utilità marginale da ripetere alle elezioni politiche, pro Renzi. Ovviamente l’alibi sarebbe di non consegnare Roma prima e l’Italia dopo ai barbari pentastellati.

Per questo, la Capitale diventa il teatro dello scontro tra ” i vecchi e i giovani”, per riecheggiare Pirandello, anche dentro il centrodestra. E il finto derby imposto da Berlusconi tra Guido Bertolaso (più Marchini ? ) e Giorgia Meloni (più Storace?) ne sarebbe la rappresentazione: il “drama”, direbbe un regista a Londra o Hollywood. Scissioni e frammentazioni che si ripetono sono ancora la chiave di lettura ricurva del centrodestra italiano. O, in una visione transpolitica, la resistenza estrema del berlusconismo che non si consegna alla storia del Paese.