In italia funziona così: muori prima, ma vai in pensione più tardi…

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La buona notizia, a volerla cercare, la si trova pure: visto l’andazzo, a partire dal primo gennaio 2019, se nessun ministro fa brutti scherzi nell’interpretare una legge che così lineare non è, gli italiani potranno andare in pensione qualche mese in anticipo. Il lato fastidioso della faccenda è quello che l’Istat aveva già reso noto nei mesi scorsi e che il rapporto sulla salute diffuso ieri ha confermato: si muore prima, si legge su “Libero“.

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La speranza di vita alla nascita è diminuita. Nel 2014 era pari a 80,3 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne, lo scorso anno è scesa rispettivamente a 80,1 e 84,7 anni. Agli amanti della statistica e agli adepti dei culti millenaristici interesserà sapere che è la terza volta che questo accade nel mondo occidentale in tempo di pace: era successo 21 anni fa in Danimarca e, negli anni seguenti al crollo dell’Unione sovietica, in Russia. La buona notizia e quella cattiva sono legate. Nel senso che la legge che regola il sistema previdenziale italiano, frutto degli interventi successivi di Maurizio Sacconi e Renato Brunetta (anno 2009), Giulio Tremonti (2010) ed Elsa Fomero (2011), prevede che i requisiti di età che consentono di andare in pensione siano aggiornati in base alle aspettative di vita.

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La norma che disciplina le nostre pensioni si propone di regolare «l’adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita», stabilisce che «i requisiti di età e di anzianità contributiva indicati al comma 12-bis sono aggiornati incrementando i requisiti in vigore m misura pari àï’incremento della predetta speranza di vita accertato dall’Istat» e così via. Ovunque si parla di «incremento», l’ipotesi funesta e contraria – quella di una riduzione dell’aspettativa di vita – nemmeno viene presa in considerazione.