Domenica la Serbia sarà chiamata a scegliere tra Russia e Unione europea

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Fare del voto anticipato di domenica prossima in Serbia un autentico referendum per scegliere tra Ue e Russia. È questa l’idea di Vojislav Seselj, il leader ultranazionalista serbo in forte ascesa di consensi e popolarità dopo la recente assoluzione all’Aja dalle accuse di crimini di guerra. Tutti i sondaggi – insieme alla pressocché certa vittoria del Partito del progresso serbo (Sns) e del suo leader, il premier conservatore moderato e filoeuropeista Aleksandar Vucic – prevedono per le elezioni del 24 aprile un forte balzo in avanti e il ritorno in parlamento del Partito radicale serbo (Srs) proprio di Seselj, una formazione di estrema destra di orientamento fortemente patriottico e nazionalista che auspica la rinuncia della Serbia all’obiettivo di integrazione europea e un sempre maggiore avvicinamento alla Russia, ritenuta vera e autentica nazione amica. «Mai niente di buono ci è venuto dalla Ue, dall’America e dagli altri tradizionali nostri nemici in Occidente. Ci hanno bombardato, hanno ucciso i nostri figli e ci hanno portato via le nostre terre», ha detto in un comizio infuocato Seselj con riferimento ai raid della Nato contro la Serbia della primavera 1999 nel conflitto del Kosovo, proclamatosi poi indipendente dalla Serbia nel 2008 con l’appoggio di Usa e Ue. «Dobbiamo unirci ai nostri fratelli russi. Loro non ci hanno mai bombardato», ha aggiunto. Nato 61 anni fa a Sarajevo, in Bosnia, Seselj si consegnò spontaneamente al Tribunale dell’Aja (Tpi) nel febbraio 2003 e nel 2007 cominciò il processo a suo carico per crimini in Croazia e Bosnia. Dopo la chiusura del dibattimento quattro anni fa, nel novembre 2014 era stato autorizzato a tornare a Belgrado per curare un cancro e da allora si è sempre rifiutato di far ritorno all’Aja, anche in occasione della sentenza che lo ha assolto il 31 marzo.

Seselj non ha dubbi: la Russia non ci ha mai bombardato

Seselj ha promesso che la prima cosa che farebbe dopo la formazione di un governo da lui presieduto sarebbe l’adesione della Serbia all’Alleanza militare fra Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Armenia. «Diremo ai nostri amici che non abbiamo soldi per acquistare i loro sistemi missilistici S-500, ma daremo loro la possibilità di installare tali sistemi sul territorio della Serbia». L’ammirazione smisurata per la grande madre Russia va di pari passo in Seselj e negli ultranazionalisti serbi con una avversione viscerale nei confronti dell’Unione europea e l’Occidente in generale. Temi questi che sono stati il leitmotiv della campagna elettorale di Seselj e del suo partito Srs. Nel comizio di chiusura della campagna tenuto giovedì a Novi Sad (nord) Seselj, tra gli applausi dei suoi sostenitori, ha detto che la Serbia da 16 anni (dalla caduta del regime di Slobodan Milosevic il 5 ottobre 2000, ndr) si trova sotto occupazione occidentale, con tutti i governi avvicendatisi da allora che sono stati formati da «traditori pagati per distruggere e smembrare il Paese». E ha messo in guardia dai tentativi a suo avviso dell’Unione europea di separare la Voivodina (provincia settentrionale con capitale Novi Sad) dal resto del Paese, come già avvenuto con il Kosovo a sud. «L’unico modo per scongiurare un tale scenario è distanziarsi dalla Ue e avvicinarsi sempre più alla Federazione russa». Parole queste che toccano i sentimenti profondi di tanta parte della popolazione serba, che da sempre guarda con grande favore a Mosca e alla sua politica. Vladimir Putin, visto con sospetto e diffidenza in tanta parte dei Paesi europei, sopratutto in quelli dell’ex blocco sovietico, gode invece di grande ammirazione e popolarità in Serbia, senza dubbio il Paese più fedele a Mosca nei Balcani. E un’ennesima conferma la si è avuta con la recente esposizione al Museo delle cere di Jagodina di una statua di Putin, che ha fatto lievitare del 50% il numero dei visitatori.