Disse di essere vittima dei compagni di classe «razzisti»: la verità era un’altra

Una quindicenne senegalese denunciò di essere stata vittima dei compagni di classe «razzisti». E invece, le indagini hanno appurato che non ci sono responabilità addebitabili a terzi: l’inchiesta ha appurato infatti che dietro la denuncia dell’adolescente di essere vittima di episodi a sfondo razziale c’è solo l’esternazione di un disagio relazionale vissuto soprattutto in ambito familiare.

Ragazza senegalese vittima dei compagni di classe «razzisti»?

Niente intimidazioni e offese da parte di compagni di classe «razzisti» inizialmente all’indice della studentessa e poi sorvegliati speciali degli inquirenti. Niente bigliettini inquisitori o lettere intimidatorie: semmai il bisogno e il desiderio inconscio di avere i riflettori puntati sul proprio malessere di adolescente e su una gravosa difficoltà a esplicitarlo. Si spiega seplicemente in questi termini il caso della quindicenne senegalese che lo scorso anno a Pisa denunciò di avere ricevuto lettere razziste in classe per colpa del suo ottimo profitto scolastico e che invece è stata affidata a una comunità dopo l’accertamento delle sue difficoltà relazionali intrafamiliari. L’indagine condotta dalla procura minorile di Firenze sul caso della presunta vittima dei compagni di classe «razzisti» si è conclusa senza accertare responsabilità di terzi. La notizia è stata pubblicata dal quotidiano La Nazione e confermata in ambienti vicini ai servizi sociali.

Quindicenne senegalese affidata da mesi a una comunità

Il tribunale per i minorenni ha affidato la ragazza a una comunità già da 7-8 mesi con l’obiettivo di recuperare un rapporto sereno in famiglia e farla tornare a casa quanto prima. La ragazza denunciò di avere trovato ripetutamente biglietti dal contenuto razzista sul suo banco in classe. In uno di questi era scritto: «Non si è mai vista una negra che prende 10 a Diritto», e anche altri facevano riferimento al suo ottimo rendimento scolastico. Sull’episodio indagarono i carabinieri e la loro attività culminò con un blitz a scuola per acquisire i dati contenuti nei telefonini dei compagni e scavare nei loro profili sui social network. L’inchiesta della procura minorile fiorentina però ha escluso che vi fossero responsabilità di altri studenti negli episodi, da qui il sospetto, che sarebbe stato confermato anche durante i colloqui con gli assistenti sociali, che quell’azione fu messa in atto proprio dalla ragazza per accendere un faro sul suo disagio derivato dal sentirsi “in gabbia” anche a casa. Nessun maltrattamento, precisano i servizi sociali, «ma solo una difficoltà di rapporti alla quale si sta lavorando per porvi rimedio». E per una volta dà sollievo scoprire che non tutti gli studenti sono bulli senza scrupoli…