Caro Silvio, puntare sulla Meloni a Roma potrebbe consentire la svolta

Le elezioni amministrative a Roma saranno una prova decisiva per il centrodestra italiano. I quattro candidati in campo ne mostrano tutte le debolezze, anche se non si deve cadere nella banalità che si tratti di meri personalismi: sono culture politiche e blocchi sociali plurali, ma reali, che oggi raccolgono tutto il mondo “non di sinistra”. Bertolaso, Meloni, Storace, lo stesso “civico” Marchini, sono i volti noti di una rappresentazione del centrodestra, oggi privo di una regia e di un racconto unitario.

 La carta da giocare è quella di Giorgia Meloni

Il mancato appuntamento con le primarie, l’assenza di una leadership riconosciuta dopo la stagione di Berlusconi, la difficoltà di trovare l’accordo minimo su un candidato unitario, riducono di molto le  possibilità dello schieramento un tempo guidato dall’ex premier di prevalere nella conquista della Capitale. Ad oggi, la partita appare un regolamento di conti tra alleati, il che equivale a implicita rinuncia a vincere. Una corsa per la percentuale da usare per le prossime elezioni politiche, più che per conquistare il Campidoglio. Persino Marchini, il meno politico dei candidati, sembra investire in un suo futuro nazionale. È inevitabile che così il potenziale di una “rive droit” autolesionista, resti inespresso. Silvio Berlusconi, che a Milano ha obiettivamente trovato la quadra su un candidato condiviso e competitivo qual è Stefano Parisi, a Roma non ce l’ha fatta.  Bertolaso non è Parisi, per intuitive ragioni. Non ultime l’assenza di polemiche legate a vicende giudiziarie, l’insufficiente senso politico e un “fisico” elettorale inadeguato.  Le “gaffes” dell’ex capo della Protezione Civile nascono da queste serie inabilità. Oggi il leader di Forza Italia ha di fronte a sé tre strade: da quale imboccherà dipende non solo la possibilità del centrodestra di andare al ballottaggio e vincere a Roma, ma anche quella di ritrovare una sintesi tra FI, Lega, Fdi e oltre (destre minori, Marchini); di rimettersi cioè in gioco nella competizione con Renzi e M5S, con nuovo smalto e una fisionomia adeguata ai tempi. La prima chance per Berlusconi è quella di arroccarsi in una corsa solitaria su Bertolaso. La seconda è di convergere su Marchini. La terza, quella di fare di Giorgia Meloni una sorta di simbolo del centrodestra rinnovato e di puntare su di lei per espugnare la Capitale. Ci sono tante ragioni che dovrebbero indurre Berlusconi a convergere sulla Meloni. Una su tutte: i sondaggi. Si sa che da uomo pratico, sopra tutte le analisi e le riflessioni politiciste, l’ex presidente del Consiglio, fa prevalere i numeri delle rilevazioni affidate alla signora Ghisleri per consultazioni e candidati. È il terreno di gioco su cui da sempre si muove meglio. E proprio i sondaggi, che nel centrodestra stanno fungendo da primarie informali, danno la leader di Fratelli d’Italia, al 20 per cento e oltre. Lei, da sola, è in grado di combattere ad armi pari con Raggi e Giachetti, i candidati di Grillo e Renzi. Molto al di sopra delle percentuali di cui oggi sono accreditati gli altri candidati del centrodestra. E la Meloni, in caso di ballottaggio con la candidata di Grillo, sembra in grado persino di vincere e diventare il primo sindaco donna di Roma. Un’opportunità grande per lei, ma anche per tutto il centrodestra e per Silvio Berlusconi,  se questi scegliesse di fare convergere sulla sua candidatura tutto l’armamentario elettorale, mediatico e logistico che ancora è in grado di mobilitare. L’ex Cavaliere si ritaglierebbe così un presente-futuro da kingmaker, o come ama dire, di federatore di una aggiornata coalizione di moderati e non progressisti. Se, invece, scegliesse una delle due altre strade, sarebbe non per vincere, ma per perdere. E disperdere, per molto tempo, quello che è stato il polo di forze e di consensi che, nel bene e nel male, nel ventennio seguìto al collasso della Prima Repubblica, ha rappresentato una cultura di governo che la spericolata performance di Renzi sta facendo ogni giorno rivalutare. Dovremmo chiederci a quel punto perché lo farebbe. E, inevitabilmente, le ombre del Nazareno tornerebbero per dare corpo a scenari obliqui che è facile immaginare. Ma, oggi, è ancora azzardato accreditarli come reali.