Cade nel vuoto l’appello pro Ue di Obama: “secessionisti” in vantaggio

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L’effetto Barack Obama sulla campagna referendaria della Brexit non c’è stato. L’appello pro Ue lanciato dal presidente americano nella sua recente visita a Londra sembra infatti non aver spostato voti in favore del fronte che si oppone al divorzio del Regno Unito da Bruxelles, rendendo vano il tentativo fatto in questo senso dal premier David Cameron. Secondo un sondaggio di YouGov pubblicato dal Times, il 42% degli elettori intende votare “no” all’Europa il 23 giugno, in aumento di tre punti rispetto a due settimane fa, mentre il 41% propende per il “sì”. Non solo, il sindaco euroscettico di Londra, Boris Johnson, vede aumentare la sua popolarità nonostante le accuse di razzismo per aver definito Obama come ”mezzo keniano”. Per Cameron appare quindi in salita la strada verso il referendum. Il premier sta cercando di coinvolgere, in patria e all’estero, quante più voci autorevoli lo possano aiutare nel suo sforzo per mantenere il Paese in Europa. È perfino disposto, lui leader conservatore cresciuto nel mito di Margaret Thatcher acerrima nemica delle unions, ad allearsi, seppur momentaneamente, con l’ex sindacalista Brendan Barber. I due hanno firmato un intervento pubblicato dal Guardian in cui spiegano i motivi di questo insolito connubio. «Ci sono, ovviamente, molte cose sulle quali non siamo d’accordo – si legge – Ma siamo uniti nella convinzione che la Gran Bretagna, e i lavoratori britannici, staranno meglio in una Europa riformata». E citando uno studio condotto da PwC affermano che la disoccupazione in caso di Brexit salirebbe all’8% entro il 2020, rispetto al 5% previsto se il Paese restasse nell’Ue.

Non è servito l’appoggio di Obama a Cameron

La campagna di Cameron continua comunque ad apparire in affanno. Mentre il fronte favorevole all’uscita dall’Ue affila le armi anche su un argomento in cui sino ad ora aveva subìto le ricerche e le prese di posizione in favore degli avversari: quello economico. Un gruppo di otto economisti ha dato il proprio sostegno a Vote Leave, affermando che l’uscita dall’Ue produrrebbe un aumento di Pil del 4% e una diminuzione dei prezzi al consumo pari all’8%. Fra loro ci sono Patrick Minford, ex consulente della Thatcher, e Gerard Lyons, che collabora con Johnson, ormai diventato il leader non ufficiale della campagna per la Brexit. E la sua popolarità è in aumento: sempre secondo il sondaggio di YouGov, la credibilità del primo cittadino in fatto di Europa, nonostante le polemiche con Obama, è schizzata in alto di sei punti, al 32%. Quella di Cameron invece è crollata al 20%, sorpassato anche dal 23% del leader Ukip, Nigel Farage. Per il primo ministro non arrivano notizie positive nemmeno dall’Alta corte di Londra, che proprio oggi ha confermato che i britannici espatriati in un altro Paese europeo da più di 15 anni non potranno votare nel referendum di giugno. È stato così respinto il ricorso presentato da Harry Shindler, 94enne reduce della Seconda guerra mondiale che vive in Italia, e residente in Belgio Jacquelyn MacLennan. Trattandosi di espatriati, che quindi possono contare sulle normative europee in fatto di sanità, previdenza e libera circolazione, i loro voti sarebbero sicuramente stati in favore dell’Ue. Nonostante questi segnali negativi però negli ambienti finanziari di Londra, in larga parte schierati per la permanenza del Paese nell’Unione, è diffusa l’opinione che alla fine prevarrà il “sì” a Bruxelles, una volta che i britannici si troveranno nelle urne il 23 giugno. Fra quelli che oggi si definiscono indecisi nel sondaggio YouGov, stimati intorno al 13%, una larga parte in realtà sarebbe in favore della continuità, preferendo un Paese ancora nell’Ue rispetto allo scenario, con pretese mille incognite soprattutto economiche, di una uscita.