Bersaglieri e spacciatori, 2 arresti a Caserta. Alteravano pure i drug test

Bersaglieri e spacciatori. Un tempo roba inammissibile. Ora solo roba da  spacciare. Bersaglieri che usavano Whatsapp. Come milioni di giovani. Solo che a loro serviva per le dosi di droga. “Mi serve la pipì pulita per domani”. “Non preoccuparti te la procuro”. Sono alcuni dei messaggi che due dei Bersaglieri della Brigata Garibaldi di Caserta, Roberta Rossini e l’assistente medico Luigi Belvedere, tra i militari arrestati questa mattina per spaccio di cocaina, si scambiavano sul social. Li hanno scoperti i carabinieri della compagnia di Maddaloni dopo aver sequestrato i cellulari degli indagati. Le indagini sono iniziate dopo che era emersa l’esistenza di un giro di spaccio che coinvolgeva un soldato, il caporal maggiore Luigi Santonastaso, che già nel febbraio 2014 fu fermato in strada con 7 grammi di cocaina e 10 di mannite, sostanza da taglio. Accuse che fecero scattare una denuncia. L’inchiesta è poi proseguita con intercettazioni e pedinamenti e si è avvalsa della attiva collaborazione del comando dei Bersaglieri della Brigata Garibaldi di Caserta. Nel corso delle indagini gli inquirenti hanno anche individuato altri 4-5 bersaglieri in servizio alla caserma Ferrari Orsi di Caserta, nessuno dei quali consumatore di stupefacente, che si sarebbero prestati a dare la propria urina, chiaramente “pulita”. “Potresti farmi un po’ di pipí” è un altro dei messaggi inviati dall’assistente medico ad un commilitone; tra i soldati “puliti” che avrebbero aiutato i pusher nessuno però, stando agli accertamenti fatti fino ad ora, avrebbe ricevuto un compenso in cambio. In totale sarebbero state accertate una quindicina di cessioni di droga e sarebbero almeno due i casi in cui gli assistenti medici Luigi Belvedere e Lello Giove sarebbero stati pagati con una tangente in soldi o cocaina del valore di 200 euro. Spacciavano cocaina e crack all’esterno ma anche all’interno della propria caserma corrompendo i commilitoni perché alterassero i ‘drug test’ cui venivano sottoposti. Diversi i reati contestati agli arrestati: dalla falsità materiale commessa da pubblico ufficiale, corruzione, detenzione, offerta e messa in vendita, nonché cessione a titolo oneroso di sostanze stupefacenti. Secondo la procura i due non solo avrebbero venduto in caserma la cocaina, acquistata a Caivano e Maddaloni, ma con la complicità di altri militari in servizio come assistenti sanitari avrebbero ottenuto l’alterazione dei ‘drug test’ disposti periodicamente nei loro confronti dal comando dell’VIII Reggimento Bersaglieri.