Addio Dilma: il Brasile volta pagina. L’America latina abbandona i compagni

Davanti al televisore, pronti con una padella e un mestolo in mano. Appena il «Jornal Nacional», seguitissimo tg serale della Rede Globo, mostra i discorsi di Dilma Rousseff ci si fionda alla finestra e si fa rumore. È la protesta della classe media che chiede l’impeachment della presidente. Nel frattempo Lula da Silva, l’ex presidente e mentore politico di Dilma percorre il Nord-Est del Paese e riempie le piazze «contro il golpe» e in difesa del governo: «La riscossa del Brasile povero», l’hanno chiamata, in una battaglia che sta dividendo un Paese tradizionalmente lontano dalla politica, ma che sta vivendo una stagione inedita sullo sfondo della peggiore crisi economica degli ultimi 25 anni, si legge su “La Stampa”.

La popolarità di Dilma è bassissima

Politica, economia, giustizia, tutto legato e chiuso nel rebus di Dilma che cade o che resta in sella, dicotomia che divide la popolazione, provoca tensioni in famiglia, litigate sui social media, cortei e molta incertezza. Da tre anni il Brasile non cresce più, il lavoro manca. Per il governo è colpa della crisi internazionale, della Cina che non compra come faceva un tempo. Per la gente in strada che protesta con le pentole in mano l’origine dei mali è la corruzione scoperchiata dalla maxi inchiesta del giudice Sergio Moro che ha colpito soprattutto il Partito dei Lavoratori di Dilma e Lula. Una strana coppia, unita nei momenti difficili, ma mai innamorata. Lula scelse Dilma come sua erede nel 2010, quando aveva una popolarità enorme e con un Paese che cresceva ancora. Era l’unico nome spendibile in un partito decimato dal penultimo scandalo, il «mensaiao», compravendita di deputati dell’opposizione.

Dilma alle prese con un Parlamento di trasformisti

Dilma testarda, spigolosa, ha imbarcato alleati dalla dubbia fedeltà in un Parlamento-bolgia con 26 partiti, dove il gattopardismo è talmente comune che esiste una finestra di un mese all’anno dove è possibile cambiare di casacca, fondare nuove sigle, passando da destra a sinistra al centro. Partiti-fisarmonica e lobby trasversali a difesa degli interessi di evangelici, produttori di armi, fazenderos rurali, dirigenti di calcio e cosi via. È questo Congresso, con un 30% di inquisiti e il 10% di condannati, che dovrà decidere, fra non più di due settimane, se aprire o no il processo politico a Dilma, accusata di aver truccato i bilanci dello Stato nel 2014 per nascondere dei gravi buchi finanziari della sua gestione.