Nel romanzo del fratello Vittorio, la vita e le scelte di Rutilio Sermonti

Doveva intitolarsi “Se avessero sparato a mio fratello “ il romanzo autobiografico del dantista e scrittore Vittorio Sermonti, ma poi il titolo è stato mutato ed è diventato “Se avessero” (Garzanti) e così si presenta nelle librerie questo memoir del più noto dei fratelli Sermonti, Vittorio. Ma nelle pagine di Se avessero c’è anche Rutilio, chiamato FM (frater maximus), interpellato, evocato dai ricordi familiari dell’autore. Il titolo, rispose Vittorio Sermonti in un’intervista quando il fratello Rutilio fu oltraggiosamente indagato per una fantasiosa “trama nera” fuori tempo “richiama la mattina in cui i partigiani entrarono nella casa di Milano dove stava Rutilio, pronto ad affrontarli con spavalderia e furbizia. In realtà l’ho scritto nell’84, ma continuo a lavorarci, non mi sembra mai pronto. È la storia della mia vita dai 15 anni agli 84. Ed è una vita intrecciata a quella di mio fratello”. Rutilio è scomparso circa un anno fa, il 15 giugno del 2015. Sempre fedele agli ideali della giovinezza. Una coerenza rocciosa, inossidabile, che lo aveva alla fine allontanato dal mondo. Ma nel fratello Vittorio quel giovane che mai volle arrendersi diventa controfigura con cui dialogare: dall’episodio dei gappisti che volevano uccidere Rutilio – spiegò al Foglio – “si snoda una lunga e tortuosa storia in cui un fratello primogenito si vota alla più scrupolosa fedeltà al giovane eroe che immagina di essere stato, avendo attraversato impetuosamente poco più che ventenne gli orrori della guerra; e un fratello con otto anni meno di lui ha paura, freme, soffre, almanacca, si spericola, e a un certo punto tradisce gli ideali in cui era cresciuto anche lui e, per così dire, passa dalla parte del nemico (l’autore: io)”. Se quei partigiani avessero ucciso Rutilio, in quella casa milanese, sarebbe mutata solo una storia familiare. Ma l’episodio resta – come ha scritto Cristina Taglietti su La Lettura – “il bandolo di un gomitolo che serve per srotolare i ricordi ‘in un disordine fazioso e devastato’, soggetto agli ‘intermittenti soprusi della memoria’ “.