Il “lei” è in coma profondo: non c’entra più il Duce, ma quest’Italia cafona

Ma che fine ha fatto il “lei”? Non la moneta dei romeni, ma proprio il terzo pronome singolare della nostra lingua. Una parabola decisamente strana, la sua: dal secondo dopoguerra era riuscito persino a soppiantare il magniloquente “voi” confinandone l’egemonia alle zone più remote del Sud e ora sembra essere stato risucchiato in un buco nero. Scomparso, missing. L’ultima volta che il “lei” era balzato agli onori della cronaca risale al lontano 1938 quando su istigazione del linguista fiorentino Bruno Cicognani, che ne aveva evidenziato la matrice spagnola in un saggio pubblicato sul Corriere della Sera, il regime fascista ne decretò l’abolizione attirandosi in compenso una battuta fulminante di Totò: <<E se per strada incontro Galilei, come lo chiamo, Galivoi?>>. Spirata la dittatura, il “lei” rinacque a nuova vita penetrando fin dentro i territori storicamente più refrattari al suo uso, complice soprattutto l’irruzione della televisione nella vita e nel costume nazionale. Fu proprio la tv, infatti, a conferirgli una marcia in più rispetto al “voi”. Un “senta”, “scusi” o un “ma le pare” regalavano infatti al “lei” una sensazione palpabile di modernità mista a gentilezza sconosciuta al suo parente terrone.
Ma anche tra i pronomi il ribaltone è pratica ricorrente. E se sotto alcune latitudini meridionali il “voi” ancora resiste, su scala nazionale è il “lei” ora a rischiare l’estinzione a tutto vantaggio del “tu”. È l’effetto del sorpasso tecnologico dei social sulla tv. Fateci caso, da quando comunichiamo a colpi di sms, post e tweet, il “lei” è diventato più raro di un sesterzio romano con l’effigie di Galba. Basta entrare in un bar, in un ufficio o fare la fila allo sportello delle poste per rendersene conto. Persino nei talk-show, il più confidenziale e diretto “tu” dilaga impudicamente tra conduttori e politici giusto per far capire che in fondo siamo tutti una famiglia e che davvero non è più il caso di fare concessioni all’ethos della distanza. Il “lei”, dunque, è per la seconda volta in esilio. Non più per effetto di un regio-decreto e in omaggio all’obiettivo littorio della riconquistata purezza linguistica – la qualcosa paradossalmente lo nobilitava – ma per ostracismo democratico, per disuso da parte della popolazione parlante, per manifesta allergia verso tutto ciò che è forma. Il “lei”, insomma, è desaparecido per difetto d’istruzione e di educazione. E non bisogna certo essere geni per capire la differenza rispetto ai tempi in cui era un Cicognani a pretenderne la cancellazione o un Totò a difenderne la memoria. Allora il pronome fu immolato sull’altare delle ossessioni di un regime di cui si può dire tutto il male possibile, tranne che non perseguisse obiettivi di grandezza. Oggi, invece, il “caro lei” muore vittima della cafonaggine imperante, vera bandiera di una nazione sempre più disillusa e sbracata. Una prece.