“Comprò” la sposa in Somalia, i giudici italiani riconoscono le nozze

Quel matrimonio “s’ha da fare”, dicono i giudici, nonostante sulla volontà della moglie penda il sospetto di uno scambio economico, prevista dalla legge islamica (la sharia) ma non da quella italiana. Un tribunale italiano, infatti, ha riconosciuto le nozze contratte in Somalia da un uomo, dietro il versamento di  un “donativo nuziale” di 2.000 dollari ai parenti della posa: in pratica, ha dato soldi alla famiglia, una procedura che per l’Islam equivale a una dote, ma che in Italia lascia aperta la strada all’ipotesi di una mancanza di consenso dell’interessata. Come racconta il Corriere del Mezzogiorno, il nostro ministero degli Esteri aveva ritenuto non valido il matrimonio in Italia. Un giudice del Tribunale di Napoli, invece, ha stabilito il contrario. Yusuf, che vive a Napoli, ha dunque il diritto di ricongiungersi con la sua Osman, sposata a Jedda, in Arabia Saudita.

La sposa era consenziente?

Il Ministero degli Esteri non aveva contestato la validità del matrimonio, ma cercava di dimostrare che la sposa non fosse consenziente e che il marito non fosse presente il giorno delle nozze. Ma le prove non sono state ritenute sufficienti e il giudice monocratico Marina Tafuri ha accolto il ricorso di Yusuf: «In assenza di elementi probatori che con certezza dimostrino la non autenticità del documento in parola, deve reputarsi che il rapporto di coniugio nel caso trovi fondamento». Inoltre, dice la sentenza, lo Stato Somalo ha certificato la validità del matrimonio, ivi compreso il ruolo del soggetto che lo ha officiato. L’avvocato del ricorrente ha deciso di appellare la sentenza richiedendo un risarcimento di circa 20.000 euro, «per i danni non patrimoniali subiti dalla coppia e corrispondenti alla lesione di diritti costituzionalmente garantiti e consolidatisi in due anni di separazione forzata».