Banche di Credito cooperativo: tutte le novità che cambieranno la loro vita

Le novità sul fronte delle banche si arricchisce di un nuovo capitolo. Il Consiglio dei ministri, mercoledì 10 febbraio 2016, ha approvato un decreto legge contenente misure urgenti per la riforma delle banche di credito cooperativo ed altre disposizioni urgenti per il settore del credito. Nello specifico, il decreto legge contiene la riforma delle Banche di Credito Cooperativo (Bcc) e, anche in questo caso, trascrive in legge l’accordo raggiunto con la Commissione europea sullo schema di garanzia per agevolare le banche nello smobilizzo dei crediti in sofferenza.  Il decreto, approdato in Parlamento, e in questo giorni all’esame delle competenti commissioni, è stato anticipato da un report di Banca d’Italia che mette sotto il proprio focus il settore. Ed è proprio a questo lavoro che occorre fare riferimento per comprendere le decisioni adottate.

Banche di credito cooperativo, secondo Bankitalia sono piccole e indebitate

Nella analisi di Banca d’Italia si legge, infatti,  che le Banche di credito cooperativo, sono troppo piccole e troppo indebitate e che il loro tallone d’Achille sarebbe rappresentato da prestiti estremamente pericolosi la cui origine “… è da ricercarsi sia nella crisi che ha contraddistinto il settore del credito che nella cattiva allocazione del capitale”. Un monito, quindi, contro lo slogan del piccolo è bello, molto di moda fino alla manifestazione prepotente della crisi economica.

La storia delle banche di credito cooperativo è lunga e affonda nella storia del Paese. Le casse rurali e artigiane (Cra), già organizzate in strutture regionali,  costituirono nel 1950 una Federazione italiana (Federcasse), che nel 1967 aderì a Confcooperative.  Nel 1963 venne fondato l’Iccrea, un istituto centrale che funge da cassa di compensazione e fornisce servizi di assistenza e d’intermediazione specializzata. Con la riforma bancaria del 1993, le Cra vennero denominate Banche di credito cooperativo (Bcc) ed ottennero un allargamento della loro operatività, sia nella gamma dei servizi offerti sia nella dimensione territoriale.

Negli ultimi dieci anni il consolidamento

Negli ultimi dieci anni le Bcc hanno visto un notevole consolidamento, presenti in circa 2450 comuni, soprattutto negli agglomerati di minore dimensione (in circa 530 dei quali è l’unico sportello bancario presente), fino a raggiungere circa il 10% della raccolta totale del sistema bancario italiano. Oggi il Credito Cooperativo italiano rappresenta 394 BCC-CR, con una rete di 4.440 sportelli presenti sul territorio nazionale. I soci sono oltre 1.150.000 e 37.000 i dipendenti del sistema.

Tuttavia, a sentire Banca d’Italia, esse sono inefficienti. La cattiva allocazione delle risorse deriverebbe dalla mancanza di competenze all’interno dei board e dei consigli di amministrazione, a cui si aggiunge  il mancato ricambio dei vertici, che porta spesso anche a conflitti di interessi. Inoltre, quale profilo più insidioso, le analisi di Banca d’Italia evidenziano quello connesso al rapporto diretto con l’area di investimento, per cui, quello che  dovrebbe essere il vero fattore di vantaggio delle Bcc rispetto alle grandi banche che spesso investono in operazioni sconosciute al cliente, si traduce nell’analisi fatta nella zavorra più grave. A rischio, infatti, sarebbero l’oggettività e l’imparzialità delle operazioni di finanziamento che pregiudicherebbe a lungo andare l’intera impronta delle strategie di tali istituti di credito.  La prima e più diretta conseguenza, sarebbe una serie di conflitti interni e di instabilità ai vertici, ma soprattutto una mancanza di coerenza sulle politiche aziendali, oltre ai rischi di inquinamento ed infiltrazione corruttiva. Il risultato, è stato un fronte peggioramento della qualità dei prestiti, che si  è tradotto, nel giro di tre anni – dal 2011 al 2014 – in un incremento della percentuale di sofferenze bancarie (in realtà si dovrebbe parlare più generalmente di crediti anomali sul totale dei prestiti) che ha toccato il 17,5% rispetto ai precedenti dati del 10%.

Da tale analisi,  consegue, la decisione dell’attuale governo di accorpare le banche veicolandole tutte verso un gruppo rappresentante le piccole realtà sul modello del Credit Agricole francese, oggi il primo gruppo bancario francese ed uno dei primi nel mondo. Scelta, date le premesse necessitata, ma corretta?

Il movimento cooperativo francese

La storia del movimento cooperativo francese, è senza dubbio d’interesse, anche se piuttosto datata. Nel 1894 le casse locali di credito agrario e quelle regionali diedero origine ad una struttura centralizzata denominata Credit Agricole, a cui si affiancarono le banche popolari e altre banche di credito cooperativo e mutualistico. Visto con gli occhi di oggi, l’accorpamento (molto criticato a suo tempo)  ha dato certamente frutti positivi. Tuttavia, non possiamo non evidenziare il diverso contesto in cui tale trasformazione si è consolidata.

Oggi, il credito cooperativo francese  arrivare a coprire nei primo anni del nuovo secolo il 57% dei depositi ed il 37% degli impieghi totali del paese. Il Credit Agricole nel 1988, ha quotato in borsa una spa dallo stesso nome (originariamente controllata interamente dalle casse regionali, che poi sono scese a controllare la maggioranza delle azioni) per poter varare operazioni nazionali (come l’acquisto del Credit Lyonnais) ed internazionali di vasta portata.

Molto diversa è l’esperienza tedesca, scardinato il movimento cooperativo dal nazismo esso riuscì a riorganizzarsi, formando nel 1949 un unico istituto centrale (la Deutsche Genossenschaftsbank, DG Bank) e nel 1972 un’unica struttura associativa nazionale (BVR), mentre alla base restavano le strutture regionali. In seguito, si verificò la fusione di alcune delle strutture regionali, che poi si fusero a loro volta con la DG Bank a formare nel 2001 la Deutsche Zentral Genossenschaftsbank (DZ Bank), lasciando in esistenza un’unica banca regionale (la WGZ), che si è finora rifiutata di compattarsi con le altre. Oggi le banche cooperative sono in Germania poco più di 1300, con oltre 14.500 sportelli, 15 milioni di soci e una quota di mercato di circa il 19% dei depositi e 12% degli impieghi (dati 2010).

Tuttavia, a parer nostro, non può ritenersi che le riorganizzazioni citate abbiano tenuto al riparo il sistema cooperativo d’oltralpe, dalla crisi che sta attraversando anche il nostro sistema bancario. Probabilmente, anche il movimento cooperativo francese e tedesco si sono avvantaggiati di una politica più attenta agli interessi nazionali.

Va ricordato – e non ci stancheremo mai di ripeterlo – che mentre in Italia si favoleggiava di un sistema bancario solido, Germania e Francia ripulivano il sistema dalle banche decotte. Forse avere personale competente  (e più presente) nei posti giusti della Commissione Europea, avrebbe attenuato anche nel nostro Paese i duri colpi della crisi finanziaria globale.