Antimafia, Renzi non vuole più Rosi Bindi. E il “Foglio” gli dà una mano

Qualcosa bolle nel pentolone dell’Antimafia di Palazzo. E Rosi Bindi, che la presiede, deve esserne un tantino preoccupata se nel giro di poche ore ha deciso di rivendicare urbi et orbi la storica approvazione unanime, da parte della Camera, della prima relazione dedicata al tema del rapporto tra mafia e informazione, incassando anche per questo il convinto elogio di “Avviso Pubblico“, sigla tra le più accreditate nell’universo dell’associazionismo anticlan. Sì, qualcosa bolle in quel pentolone se i boatos parlamentari danno per certo l’avvicendamento della Pasionaria del Pd con il suo compagno di partito Emanuele Fiano sulla poltrona più ambita di Palazzo san Macuto, lo stesso che ospitava l’Inquisizione al tempo della controriforma cattolica. L’esperienza insegna che difficilmente i sussurri di Montecitorio restano tali. Tanto più che, nel caso di specie, pare che a spendersi per la staffetta sia Matteo Renzi in persona. Un po’ perché già da tempo considera “rottamanda” la Bindi e molto perché la poltrona di presidente dell’Antimafia ha un suo indubbio valore intrinseco nell’intricato risiko del potere. E poiché a pensar male si fa peccato ma adreottianamente «ci si azzecca», appare davvero non casuale che il Foglio del filorenziano Claudio Cerasa sia entrato da par suo nella contesa fino a far dire a Giuseppe Sottile che – Bindi consule – l’Antimafia si è trasformata in un «santuario “delle cose che non si possono dire”». Sottile sa dove colpire e che insinuare il sospetto di reticenza a carico della commissione Antimafia può produrre un effetto letale su chi la presiede. La Bindi è una combattente, ma il Foglio le ha infilzato una serie di micidiali bandeirillas con incisi i nomi di Giuseppe Caruso, Salvatore Lupo, Catello Maresca, Gaetana Bernabò Distefano, rispettivamente prefetto, storico, pm antimafia di Napoli e gip di Catania. Che cos’hanno in comune? Tutti e quattro hanno detto o fatto qualcosa che stride con l’antimafia di professione, quella che con l’antimafia ci canta e ci campa. Caruso ha attaccato la gestione dei beni mafiosi in Sicilia, il secondo sostiene che lo Stato ha vinto sulla mafia, il terzo ha fatto i conti in tasca a Libera di don Ciotti mentre l’ultima ha archiviato un’inchiesta affermando che il concorso esterno va perimetrato per legge. Insomma quattro bocconi ghiotti per un’Antimafia davvero intenzionata a scrivere una pagina nuova e non conforme su un tema che da decenni divide la politica e le istituzioni. Quattro bocconi che invece l’Antimafia di Bindi ha sdegnosamente allontanato inchinandosi al mainstream mediatico-giudiziario. Logico, quindi, che il Foglio, più che la sete di conoscenza tipica di una commissione d’inchiesta, vi abbia intravisto l’allegra spensieratezza di un «circolo Pickwick». Detto, ovviamente, senza offesa per il genio narrativo di Charles Dickens.