Angelo Mancia, assassinio impunito. La Volante Rossa non fu mai presa

Ce li ricordiamo bene i funerali di Angelo Mancia: scontri con le forze dell’ordine in piazza della Repubblica, che noi romani chiamiamo piazza Esedra. La piazza, grandissima, era piena: bandiere, saluti romani, migliaia di giovani arrabbiati e sconvolti per la fine di un grande attivista missino ma soprattutto di una grande persona, di un ragazzo esuberante e volenteroso, sempre allegro, che fu assassinato vigliaccamente dai nuovi partigiani della Volante Rossa, gruppo che riprese il nome da un gruppo di feroci terroristi che imperversò a Milano e nel nord Italia nei giorni della “liberazione”. Era il 12 marzo 1980, gli anni di piombo si stavano quasi concludendo, nel piombo e nel sangue, e per noi missini era durissima: le sezioni si erano svuotate, per i “fascisti” c’era il coprifuoco in tutta Italia, non si potevano fare manifestazioni, attaccare manifesti, parlare alle scuole o alle università, chi non la pensava cone la sinistra era perseguitato in ogni modo. Perché allora uccidere un fascista non era reato. E neanche l’omicidio di Angelo Mancia fu un reato, a quanto pare, poiché nessuno dei suoi assassini è stato individuato. Come non si sono scoperti i responsabili di un altro efferato assassinio, quello di Valerio Verbano, avvenuto pochi giorni prima, il 22 febbraio, sempre nello stesso quartiere, Montesacro. Angelo Mancia era il segretario dell’attivissima sezione del Msi di Talenti di via Martini, zona dove abitava in via Federigo Tozzi 10. Angelo era il primo di tre figli di una famiglia che aveva un esercizio commerciale alimentare. Era più grande di otto anni rispetto ai suoi fratelli, due gemelli, Francesca e Luciano, rispetto ai quali era molto protettivo, da bravo fratellone maggiore. Sì, perché Angelo era conosciuto a Roma soprattutto per il suo carattere estroverso, allegro, un po’ guascone. Era sempre pronto a offrire (o a farsi offrire) un “baby” in piazzale delle Muse o da Giovanni, negli anni Settanta luoghi di ritrovo dei giovani di destra. Amava le moto, la musica, la pesca subacquea ma soprattutto la politica, questo attivismo esasperato 24 ore su 24 che in quegli anni caratterizzava i “fortini” missini nella capitale. Era amico di tutti, dal vigile urbano all’angolo di piazza Talenti al barista del bar Parnaso ai Parioli. Non era antipatico a nessuno. Ma il 1980, purtroppo, fu questo e molto altro: la violenza politica non conosceva freni, atrocità inimmaginabili sembravano allora normali, stragi furono evitate per un soffio. Quell’anno era incominciato nel segno dell’antifascismo: l’8 gennaio un commando dell’estrema sinistra si introduce in orario di lezioni all’istituto De Amicis al Testaccio, preleva dalla sua classe un ragazzo simpatizzante del Fronte della Gioventù e lo massacra a sprangate nei corridoi. Ma il peggio deve ancora arrivare: il 12 febbraio, un mese prima dell’omicidio Mancia, viene assassinato dalle Brigate Rosse dentro l’ateneo romano, a Scienze politiche, il professor Vittorio Bachelet. Il 19 febbraio Montesacro entra nel mirino, anche perché pochi giorni prima un convegno di studi sulla droga organizzato dal Fronte della Gioventù aveva avuto grande successo. Due bombe ad alto potenziale distruggono la sezione missina di via Valsolda. Dopo l’assassinio di Valerio Verbano, il 22 febbraio, iniziano una serie di violente manifestazioni della sinistra che promette vendetta contro “le carogne nere”, anche se non c’è nessuna prova che il delitto abbia una matrice di destra. Salta la sede del Fuan, decine di aggressioni, bombe davanti casa di attivisti di destra; bombe anche alle sezioni del Msi Marconi, Tuscolano e Prenestino. Il 7 marzo, alle 19,45, esplode una bomba all’interno della tipografia dove si stampa il Secolo d’Italia, quotidiano del Movimento Sociale Italiano. Distrutti molti macchinari e feriti sei operai della cooperativa. Una voce femminile telefona all’Ansa: “L’attentato al Secolo non è che l’inizio, il compagno Valerio sarà vendicato”. Una seconda rivendicazione, al Messaggero, sarà firmata Compagni organizzati in Volante Rossa, ossia gli assassini di Angelo Mancia. Ma non è finita: mentre si sgombrano le macerie e si soccorrono i feriti, viene trovata dai Vigli del Fuoco una seconda bomba, che avrebbe dovuto fare una strage. Il Secolo comunque quella sera uscì lo stesso. Nella stessa serata una bomba esplode davanti alla finestra dell’attivista del Tuscolano Tonino Moi, distruggendo la camera da letto dove in quel momento non c’era nessuno. Il 9 marzo, ci fu un fatto che avrebbe potuto cambiare per sempre la storia della politica italiana: una bomba di otto chili di tritolo era stata posta all’interno della sede della federazione provinciale del Fronte della Gioventù in via Sommacampagna. Se ne accorsero dei militanti che stavano cercando dei pennelli e della colla. Avvisata la polizia, gli artificieri disinnescarono l’ordigno due minuti prima dell’esplosione, che avrebbe raso al suolo l’intero palazzo. Anche questo gesto fu rivendicato dal Compagni organizzati in Volante rossa. L’11 marzo, un altro atroce omicidio al quartiere Flaminio: sempre i Compagni della Volante Rossa assassinano sotto casa un cuoco, Luigi Allegretti, convinti aver ucciso un dirigente della sezione Flaminio del Msi che abita in quella stessa strada. La sera, una bomba fa saltare la casa di un dirigente del Msi a piazza Vescovio. Come si vede, era una guerra totale.

Ecco come Angelo Mancia viene assassinato

I terroristi, ancora della Volante Rossa, attendono sotto casa sua, al quartiere Talenti, il giovane Angelo Mancia, attivista e dipendente del Secolo d’Italia, Lo aspettano tutta la notte a bordo di un pulmino parcheggiato nei pressi. Quando Angelo si avvicina al motorino per andare a lavorare, verso le otto e mezzo, i terroristi gli sparano. Angelo tenta di tornare indietro, ma è troppo tardi: lo finiscono con un colpo alla nuca, nello stile consueto della vera Volante Rossa, quella che operò dopo la guerra nel Nord Italia, assassinando avversari politici e gente comune, tra cui il giornalista fascista Franco De Agazio. Tra i vari omicidi dei partigiani della Volante Rossa, ricordiamo quello del 4 novembre 1947 di Ferruccio Gatti, responsabile milanese del Msi. Il nome probabilmente fu scelto per dare una continuità per così dire ideale al gruppo di fuoco. Il processo contro la Volante Rossa nel 1951 si concluse con 4 ergastoli, ma tre degli imputati erano già fuggiti, mentre il quarto scontò la pena fino al 1971 quando fu graziato dal presidente Saragat. Gli altri tre, invece, ricevettero la grazia da Sandro Pertini nel 1978. I killer di Angelo fuggono a piedi per poi salire su una Mini Minor rossa. Di loro non fu mai più trovata nessuna traccia. Due ore dopo arrivò la rivendicazione a Repubblica: «Qui compagni organizzati in Volante Rossa. Abbiamo ucciso noi il boia Mancia. Siamo scesi da un pulmino posteggiato lì davanti». Nel 1951 gli assassini della Volante rossa partigiana furono condannati all’ergastolo, ma erano già tutti latitanti, e di loro non si seppe più nulla. Enorme la commozione nella comunità missina, i parlamentari choiedono agli inquirenti e allo Stato di fare il loro dovere e di difendere i cittadini. Ma la violenza rossa non si ferma: il giorno dopo, il 13 marzo, una bomba esplode davanti casa di Mario Pucci, giornalista del Secolo d’Italia, il cui figlio è un attivissimo militante della sezione Flaminio. I giornali, tutti i  giornali, continuano a infangare Angelo Mancia definendolo un picchiatore, un delinquente e altro, tanto che il Secolo è costretto a pubblicare il certificato penale dal quale risulta che Mancia era incensurato. Capitava anche questo allora. Ma l’offensiva comunista prosegue: altri bar assaltati, altre sezioni distrutte, tra cui la Prati, la cui esplosione danneggia anche lo stabile. La comunità missina serra i ranghi e non cede, sopporta l’ondata di terrorismo senza precedenti e denuncia l’esistenza di un piano fatto a tavolino, perché è impossibile che lo Stato abbia perso del tutto il controllo della sua capitale, così come è impossibile che tanta gente abbia familiarità e disponibilità di esplosivi e armi. Almirante, Marchio e gli altri dirigenti iniziano visite in tutte le sezioni romane in una specie di controffensiva culturale e pacifica. Qualche giorno dopo, nella federazione del Msi di Roma, Mancia è ricordato con le parole di Orazio: “Non morirò del tutto”, e queste parole valgono per tutti i giovani morti per le loro idee.

(Nella foto, il funerale di Angelo. Si riconoscono Michele Marchio, Domenico Gramazio, Massimo Boni e Franco Tarantelli).