Torino, violentarono una ragazza disabile: condannati tre africani

Sono stati condannati i tre africani accusati di aver violentato una giovane disabile all’interno dell’ex Moi di Torino, il complesso di quattro palazzine dell’ex villaggio olimpico occupato da un migliaio di immigrati. Due delle condanne, comminate al termine del rito abbreviato, sono di 8 anni e 4 mesi; la terza è di otto anni.

Il sequestro e la violenza nel “ghetto” occupato di Torino

La violenza avvenne nel maggio dello scorso anno. La vittima, poco più che maggiorenne, scomparve dopo aver incontrato i suoi aguzzini, di età compresa tra i 26 e i 30 anni, sul pullman che la stava portando a scuola. Fu ritrovava oltre un giorno dopo da un amico: era in strada in compagnia di un gruppetto di africani, che scapparono non appena videro l’uomo. La ragazza, affetta da una forma di autismo e in evidente stato confusionale, fu portata in ospedale e, non senza difficoltà, raccontò del sequestro nei sotterranei del Moi, dove fu violentata a turno e per ore.

Una sconcertante tesi difensiva

«La giovane ha seguito volontariamente i tre dopo essere stata avvicinata su un autobus», ha sostenuto uno dei legali degli imputati, l’avvocato Antonio Foti, secondo il quale non ci sarebbe stato «un rapporto con coercizione. Tutto si gioca su una asserita “difficoltà a esprimere consenso” da parte della donna e sulla capacità dei tre imputati di riconoscere il suo stato di infermità». Per l’avvocato, dunque, sembra quasi che le vittime – se non altro delle circostanze – siano i suoi assistiti, tanto che è arrivato a chiedere: «Ma come si può immaginare che tre giovani arrivati da Ghana, Nigeria e Somalia possano rendersi conto che la ragazza, per colpa di una lieve patologia fisica, non riesce a parlare fluentemente?».

Le prove contro i tre africani

Ma a incastrare i tre non c’è solo il racconto della giovane: ci sono anche le lesioni trovate sul suo corpo e giudicate compatibili con le violenze. La difesa degli africani ha contestato anche questa prova, la quale però deve essere apparsa solida ai giudici, i quali in due casi hanno comminato pene anche superiori a quelle chieste dal pm.