Per Regeni non replichiamo la vergogna dei marò. Il governo pretenda giustizia

La barbara uccisione di Giulio Regeni, il giovane ricercatore eliminato al Cairo tra efferatezze bestiali e insopportabili reticenze e depistaggi della polizia egiziana, rischia di farci commettere due errori. Il primo riguarda la  “canonizzazione” di Giulio. Volerne fare un martire della controrivoluzione nei confronti del regime di Al Sisi, un paladino di quella Primavera araba che, in molti Paesi, ha creato illusioni e caos dopo aver alimentato pulsioni democratiche rivelatesi presto , come è accaduto in Egitto, fragili e inadatte a guidare il cambiamento; trasformare una morte orribile e inaccettabile, come leggiamo sui social scatenati in queste ore di legittima indignazione e di profondo dolore, in una icona della politica nostrana prigioniera di se stessa, chiusa nel labirinto incapacitante di antichi, stantii ideologismi – è già in moto la grancassa di un certa sinistra sempre incline a beatificare chi combatte dalla “parte giusta”, ossia dalla loro – ; beh! tutto questo non rende giustizia al povero Giulio né aiuta ad ottenere la verità sulla sua tragica morte. Intendiamoci, ideologismo per ideologismo, non ci piace neppure l’approccio supponente, distaccato e, al limite, giustificazionista di chi pensa , senza aver il coraggio di dirlo apertamente, che avendo ficcato il naso nelle attività di quel regime militare, l’essere stato un inviato speciale del  Manifesto, una sorta di “intruso” negli affari interni e nei  rapporti sindacali (certo, da quelle parti, non facili e non assimilabili ai nostri),  in fondo il ragazzo la morte se la sia cercata. Vittima predestinata delle sue stesse idee e della sua smania di avventura. Ecco i due errori che non vorremmo si commettessero. A sinistra, come a destra. Di Giulio Regeni e della sua atroce fine, vorremmo che il governo italiano pretendesse piena luce e verità dal governo egiziano. Vorremmo che i colpevoli, i carnefici che lo hanno torturato e seviziato prima di toglierli la vita, siano arrestati e condannati. Allo stesso modo i complici, i depistatori, quelli che hanno dato copertura ai criminali. Anche se si trattasse di gente fin qui protetta dal regime militare. E’ un dovere che abbiamo nei confronti della giovane vittima e dei suoi genitori, un diritto per difendere la dignità di uno Stato che deve tutelare i propri figli anche quando sono in terra straniera. Questo, indipendentemente dal fatto che l’Italia è il  primo partner commerciale dell’Egitto, che abbiamo sostenuto Al Sisi quando ha tolto lo scettro del governo ai Fratelli Musulmani per riportare ordine (militare) in un Paese nel caos e sull’orlo del baratro, che i generali al potere sono alleati importanti nella lotta contro l’Isis. Tutto vero, per carità. Però c’è un limite a tutto questo. Il limite dei diritti umani. Diritti che vanno difesi. Sempre. Prima ancora di ogni convenienza, delle ragioni di strategia e di geoeconomia. La vicenda insoluta dei Marò è ancora lì a ricordare la debolezza del nostro Paese su quel fronte. Nel caso, ancor più grave, del giovane Giulio, se dovessimo accontentarci soltanto di scuse di circostanza, sarebbe oltremodo raccapricciante. Un oltraggio in più per la vittima. Una vergogna per l’Italia.