Ordinanza choc a Verona: 500 euro di multa a chi dà l’elemosina

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Un’ordinanza per vietare di elargire somme in denaro a chi chiede l’elemosina nel centro storico di Verona e che, come accertato dalle recenti indagini degli organi di pubblica sicurezza, fa parte di un racket organizzato per lo sfruttamento di minori, disabili e anziani. Il provvedimento è stato emesso dal sindaco Flavio Tosi, per contrastare l’incremento dell’attività di accattonaggio in città e prevenire i fenomeni illegali ad esso connessi, in particolare in occasione degli eventi e delle manifestazioni fieristiche in programma a Verona fino al 13 aprile. Il divieto di agevolare l’accattonaggio attraverso la donazione di somme in denaro, in vigore fino al 14 aprile,  riguarda tutte le aree pubbliche della città antica, l’intero territorio della prima circoscrizione, oltre a corso Porta Nuova e via IV Novembre.

A Verona sarà multato chi dà l’elemosina ai mendicanti

La Polizia municipale vigilerà sul rispetto dell’ordinanza e, trascorsi 15 giorni a partire da venerdì 26 febbraio, cioè dalla pubblicazione dell’ordinanza all’albo pretorio comunale, procederà a sanzionare chi verrà trovato a elargire somme in denaro ad accattoni, con un’ammenda da un minimo di 25 a un massimo di 500 euro. Le somme riscosse dall’applicazione della sanzione saranno versate nel capitolo di bilancio dei Servizi sociali e contribuiranno a finanziare i progetti di contrasto alla povertà, già avviati dal Comune.

Racket dell’elemosina: mendicanti da 60mila euro al mese

A Milano, nel settembre 2012, nell’ambito dell’operazione Ade, è stata sgominata un’organizzazione criminale, che rende l’idea di com funziona il racket dell’elemosina. Gli ”schiavi” erano comprati in Romania da famiglie molto povere, che per 20 o 50 euro mettevano a disposizione degli aguzzini i propri parenti, affetti talora anche da gravi handicap. Persone da 20 a 75 anni, che erano valutati in base alla propria condizione fisica: più la disabilità era importante, maggiore era possibilità di guadagnare in strada. Una volta conclusa la trattativa, la ”merce” (così erano definiti dagli sfruttatori) era trasferita in Italia su furgoni descritti dagli investigatori come «veri carri bestiame, gelidi d’inverno e roventi d’estate». Arrivati in Italia i nuovi venivano addestrati dalle donne su come utilizzare le stampelle e chiedere l’elemosina, in una sorta di mini campus dell’accattonaggio. Gli uomini della polizia locale hanno scoperto che ogni ”schiavo” era obbligato a rendere almeno 30-50 euro al giorno, a seconda della zona in cui operava. Ci sono, però, casi in cui una sola persona – ad esempio una ragazza costretta a gattonare nella metropolitana – rendeva anche 60mila euro al mese. Nonostante le cifre raccolte, erano costretti a dormire per terra in un’area occupata del quartiere Bisceglie, in via Calchi Taeggi, dove erano sfamate soltanto con un pezzo di pane la sera. «Li imbottivano di caffè – racconta un investigatore – per sostenerli e non fargli sentire la fame. E quando tornavano al campo base gli veniva dato un tozzo di pane».