Napoli nella morsa di 110 clan. Guerra tra i mini-boss: 3 morti in 26 ore

Il fatto è che il processo penale non fa paura a nessuno, o meglio, fa paura solo agli innocenti, a quelli costretti a difendersi nel corso di lunghi e dispendiosi dibattimenti. Comincia da qui la nuova emergenza camorra a Napoli, quella raccontata dai numeri (110 clan tra Napoli e provincia), quella che torna ad allarmare anche il Viminale. Processi lunghi, armi spuntate, killer che festeggiano dopo sentenze di condanna a termine (anche trent’anni va bene, basta sfuggire alla mannaia del fine pena mai), che tanto non si scontano mai fino in fondo, grazie al regime di continuità tra un verdetto e l’altro.

È emergenza camorra, dunque: tre omicidi in un giorno, quasi una beffa per il ministro Alfano

Killer diversi, stesse dinamiche criminali; giovedì notte al rione Don Guanella (omicidio di Giuseppe Calise, 24 anni) e a Bagnoli (ucciso Salvatore Zito, 21 anni); la notte tra venerdì e sabato a Marigliano (omicidio di Francesco Esposito, 33 anni). In pratica, tre omicidi in 26 ore, quasi una beffa per il capo del Viminale giunto a Napoli pochi giorni fa. Restiamo ai dati oggettivi: secondo fonti della Questura, dall’inizio del 2016 sono dieci gli omicidi consumati nell’area metropolitana napoletana, senza contare (sarebbe impossibile) le decine rappresaglie armate («stese» a colpi di pistola e kalashnikov) consumate ovunque ci sia da definire equilibri nella spartizione dei proventi di droga e racket.

A Napoli e provincia ci sono 110 clan in azione, che possono contare su 5mila affiliati

Guerra per la droga, per lo smercio al minuto di hashish e cocaina, kobret ed eroina, che ogni anno viene importata a Napoli.  Secondo Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, un passato recente di magistrato in prima linea nella sfida alla criminalità organizzata, conosce a memoria il territorio martoriato nel quale si va consumando un’ennesima, tragica guerra di camorra. «Serve coraggio», spiega a “il Mattino”, perché per Napoli «è il momento di mettere in campo soluzioni nuove: è il momento – sottolinea – di intervenire una volta per tutte sulle cause» che continuano ad alimentare l’orrore. «I clan in azione oggi non sono più le potenti e solide strutture gerarchiche che abbiamo conosciuto fino alla guerra di Secondigliano, ma violente bande criminali. Dentro ci sono giovani sbandati, ragazzi di periferia senza soldi e senza prospettive al comando di leader più o meno riconosciuti che ambiscono a conquistarsi fette di potere nel mercato della droga. In questo contesto la violenza è regola, una violenza cieca».