L’Ue vuole scipparci anche le spiagge. FdI: «Colpa di Renzi se ci riuscirà»

Dimenticate il “Bagno Rosanna” e il “Lido Tamurè” e quell’atmosfera familiare da «stessa spiaggia, stesso mare». Le spiagge italiane, in un futuro non troppo lontano, potrebbero diventare appannaggio di grandi multinazionali che, più o meno come accade su certe isole greche, organizzano charter con pacchetti “all inclusive” per un turismo sradicato e senza identità.

La Corte Ue pronta ad affossare del sistema italiano

Dimenticate, insomma, il mare italiano come lo avete conosciuto fin qui: l’Europa dice che non può più esistere, perché il nostro sistema di concessioni è contrario alle sue regole. Per l’esattezza a dirlo è l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue, Maciej Szpunar, nelle sue conclusioni su alcune cause che coinvolgono gestori sardi e del Lago di Garda e sulle quali, in un paio di mesi, è atteso un pronunciamento della Corte stessa, la quale d’abitudine accoglie le indicazioni dell’avvocato generale. In particolare, la Corte di giustizia Ue è chiamata a pronunciarsi sulla legge italiana che ha previsto la proroga automatica della durata delle «concessioni demaniali marittime e lacustri per le attività turistico-ricettive» fino al 31dicembre 2020. Un tempo troppo lungo, secondo l’avvocato generale della Corte Ue, che però non tiene conto degli investimenti fatti dagli imprenditori e della specificità del sistema balneare italiano, costituito da 30mila piccole aziende familiari.

Fidanza: «Ma la colpa è del governo italiano»

La mannaia che rischia di abbattersi sugli operatori italiani, però, è europeo solo all’apparenza, perché «qui il vero problema è la totale inerzia del governo», sottolinea il responsabile Enti locali di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza, che da parlamentare europeo si è a lungo occupato della questione, cercando di evitare proprio che si arrivasse a questo punto, che rischia di essere di non ritorno. «Il governo – prosegue Fidanza – ha fatto la scelta pilatesca di aspettare la sentenza della Corte e non procedere a un piano di riordino della materia». «Se la Corte Ue deciderà in linea con le conclusioni dell’avvocato generale – chiarisce l’esponente di FdI – l’Italia non potrà fare altro che un decreto attuativo per le aste, di cui finiranno per avvantaggiarsi i grandi gruppi». Lo scenario più plausibile, ora, è che il governo proceda con quello che viene definito un “doppio binario”: da un lato la proroga delle concessioni per un tempo ragionevole e dell’altro la messa all’asta ex novo di chilometri e chilometri di spiagge, «per soddisfare le brame fameliche della Commissione Ue». «Ma le proroghe sono impugnabili e su questo fronte rischiamo di ritrovarci al punto di partenza», spiega Fidanza, mentre sull’altro fronte registreremmo una fuga in avanti a favore dei grandi gruppi.

La strada per salvare le spiagge e i piccoli imprenditori italiani

Eppure, una soluzione organica esisteva ed era stato proprio FdI a proporla. Si tratta di un piano in tre mosse, per quella che giuridicamente si chiama «sdemanializzazione» delle aree attualmente concesse e che in pratica vuol dire che chi ha investito nelle attività balneari viene tutelato, senza per questo alimentare sacche di privilegio o contravvenire alle regole europee. In sostanza, secondo la proposta di FdI, la sola area del manufatto – lo stabilimento vero e proprio – diverrebbe un bene disponibile dello Stato, che lo concede ai privati con diritto di prelazione, mentre la spiaggia verrebbe messa a bando. Infine, la battigia resterebbe demanio a disposizione di tutti. «Poiché i guadagni più consistenti non sono sugli ombrelloni, ma sui servizi di ristorazione e intrattenimento, gli stessi sui quali gli imprenditori italiani hanno fatto investimenti spesso importanti, i grandi gruppi avrebbero meno interesse a partecipare ai bandi. Così – conclude Fidanza – il nostro sistema sarebbe tutelato, e i nostri operatori non finirebbero vittime dell’ennesimo diktat europeo».