L’Italia perduta: 868 grandi opere incompiute, miliardi sprecati. Perché?

Di certo è colpa nostra. Siamo pallidi eredi della modernizzazione asburgica, cavouriana e poi fascista (do you remember l’ingegner Negrelli, il ministro Paleocapa, il geniale gerarca  Araldo di Crollalanza? Le bonifiche, i porti, le ferrovie, gli ospedali, le scuole, le fabbriche, le colonie per i bimbi degli operai…), e figli del miracolo economico post ventennio. Oggi, in questo grigio 2016, siamo costretti a rimpiangere la prima Dc, il mostro che volevamo abbattere, la balena bianca che ambivamo fiocinare. Fanfani, il “nano maledetto”,  almeno le case popolari e le autostrade (con la variante Arezzo…)  le sapeva costruire.  Dopo di lui il nulla o quasi. Lo sappiamo. Amen. Ma al declino italiano non ci rassegniamo. Anzi.

Ecco perché ogni volta che qualche stramba sigla — in questo caso il benemerito Codacons —  ricorda a tutti che l’Italia è in un terribile ritardo infrastrutturale, che le opere incompiute sono arrivate nel 2014 a quota 868 da 692 dell’anno precedente, ci arrabbiamo, ci indigniamo. Ci incazziamo e vorremmo cambiare passaporto. Con tanti cari saluti ai mandolinisti e ai piagnoni. Ma invece è necessario denunciare, spiegare. Con numeri e dati. Con serietà. Per rispetto ai nostri lettori e alla nostra storia personale.

Andiamo per ordine. Con buona pace dei fans del renzismo e dintorni, le opere incompiute sono arrivate nel 2014 a quota 868 da 692 dell’anno precedente. Il record negativo – spiega il Codacons – spetta alla regione Sicilia che vede sul proprio territorio ben 215 opere rimaste incompiute (il valore assoluto massimo anche se la crescita dipende dal fatto che nell’anno precedente la regione non aveva comunicato il numero di incompiute). In Abruzzo le infrastrutture non portate a compimento sono passate dalle 33 del 2013 alle 40 del 2014; peggiore la situazione della Calabria: 64 incompiute del 2013, 93 nel 2014, mentre in Lombardia (qualcuno avverta Maroni e le sue dentiste…) in un anno le opere non terminate sono passate da 19 a 35. Male anche la Puglia di Emiliano: 59 nel 2013, 81 nel 2014.

“Queste infrastrutture sono già costate in media 166 euro a famiglia, e per portarle a compimento servirebbero altri 1,4 miliardi di euro – afferma il presidente Carlo Rienzi (non Renzi, attenzione) -. Risorse sottratte alla collettività costretta a finanziare dighe progettate negli anni ’60 e poi lasciate in stato di abbandono, porti inaugurati e mai utilizzati, strade che non portano in nessun posto perche’ lasciate a meta’, strutture sportive e ospedaliere inutilizzate a causa degli elevati costi di gestione”.

Il “record assoluto dello spreco” spetta però a Roma. Per la precisione il “premio vergogna” va attribuito alla Città dello sport di Tor Vergata, costata finora  oltre 607 milioni di euro. Ciò che resta del costoso progetto (frutto degli intrugli delle precedenti amministrazioni di sinistra e non bloccato da Alemanno e Marino) sono i rottami della Vela di Calatrava (il “genio” iberico che ha progettato  a carissimo prezzo il ponte “impossibile” di Venezia). Il risultato è un vero e proprio ecomostro urbano che umilia la capitale.  Una follia da abbattere, subito. Qualcuno lo segnali al distratto Bertoloso, l’amico dei rom e delle massaggiatrici…

Ma il disastro è assolutamente trasversale. L’Italia è ferma dal nord al sud, dalla Lombardia e il Piemonte alle aree del Mezzogiorno più profondo. “E pensare che – dice Rienzi – i miliardi finora spesi per tali infrastrutture irrealizzate, avrebbero potuto abbattere la pressione fiscale per tutti i cittadini ed impedire la nascita di tasse come l’Imu o la Tasi, con benefici immensi per la collettività e l’economia nazionale”.

Il problema di fondo è la classe dirigente politica e imprenditoriale italiana. Di centro, sinistra, destra. Un contenitore amicale modesto, modestissimo. Spesso corrotto, sempre incapace.