“Sotto i piedi una terra”, atto d’accusa contro il buonismo della sinistra

Ci si abitua, ci si abitua a tutto, o meglio ci si adatta per sopravvivere. Spesso, però, succede che l’adattarsi porti alla perdita delle peculiarità che incentivano il benessere dell’uomo sotto ogni aspetto. Gabriele Polzella nel suo libro Sotto i piedi una terra (Europa Edizioni, Roma), descrive un’Italia arresa al degrado e alla improvvisazione, un’Italia dall’incantevole bellezza che si lascia appassire per mancanza di attenzioni. Con gli occhi di chi si è spostato in varie parti del mondo, l’autore racconta le differenze sociali ed economiche che caratterizzano l’Italia più che altro dal resto dei Paesi europei, e in particolare dalla Francia, dove ha vissuto per molti anni. Ed è così che vengono alla luce anomalie, disfunzioni, disservizi e arretratezze. Una lente di ingrandimento che mette a fuoco una serie di ripetuti errori commessi dal dopo guerra, mentre. rispetto all’Italia, il resto dei Paesi europei ha accelerato le trasformazioni interne. Le rigorose osservazioni sono trascritte da un italiano deluso, che si sente in qualche modo tradito, ma che allo stesso tempo non si arrende, o meglio, non si adatta al lassismo e all’approssimazione persistente e dilagante del suo Paese di origine. Ed è qui che Polzella si potrebbe collocare in quella parte di italiani che egli stesso definisce «di buona volontà», quegli italiani che individuano la sostanza oltre l’apparenza, che riconoscono i fatti al di là delle parole e che oltre alla sopravvivenza reclamano il diritto ad una vita dignitosa. Non si possono accettare passivamente le disfunzioni, anche, e non soprattutto, perché l’immagine che diamo al resto del mondo non è delle migliori.

L’autore accusa l’immigrazione selvaggia

«Sono italiano e voglio essere apprezzato per quello che sono e non disprezzato per quello che sono gli altri», si legge in una delle 181 pagine del libro. Ma chi sono gli altri? Se per l’Italia le soddisfazioni interne e oltre confine sono scarse, secondo l’autore lo si deve in primo luogo a quegli italiani che sono «senza rispetto, né moralità» e a tutti quelli che hanno il potere di migliorare ogni singolo settore della vita sociale ed economica del Paese, ma non lo fanno. Polzella punta il dito contro la sinistra italiana, colpevole di aver monopolizzato le idee e le decisioni attraverso l’uso di «ideologie ammuffite» e critica aspramente l’invasione selvaggia e incontrollata di immigrati provenienti prevalentemente dall’Est Europa. Complice e in preda ad un buonismo che fa sentire responsabili gli italiani anche delle sconsiderate azioni compiute dagli extracomunitari ci si mette pure la Chiesa, colpevole di avere troppe volte interferito nella sfera politica. Pur avendo una benevola considerazione di Papa Francesco, l’autore non evita sferzate nei confronti dell’ingerenza della Chiesa su argomenti che secondo lui dovrebbero avere una esclusiva matrice laica.
Con passione, con rabbia, e anche con un pizzico di ironia, l’autore ci fornisce l’immagine di una Italia ricca di storia e di cultura, di tradizioni e di paesaggi, ma purtroppo estremamente impreparata nell’esternare le proprie potenzialità. Una Italia malata di speculazioni edilizie, di privilegi ingiustificati, di sudditanza commerciale e di cecità progettuale. E lo fa senza risparmiare colpi puntando dritto al cuore dei problemi. Un libro che certamente «farà male agli italiani, ma ancora di più a quelli che non lo sono».