Ecco le emergenze che hanno messo in crisi il governo sovranazionale

Il sistema internazionale appare attualmente spaccato da profonde crepe sia economiche che politiche che, inevitabilmente, portano alla disintegrazione di un modello di governance sovranazionale e, sanciscono, al contrario la fuga verso i nazionalismi. Da un punto di vista economico, infatti, il 2015 ha accentuato le spaccature tra i paesi Occidentali e gli altri competitor mondiali. Mentre, infatti, la ripresa economica sembra essere buona negli USA, così non è per la vecchia Europa, che stenta a consolidare una inversione di tendenza che ha registrato, negli anni passati, perdite nei PIL nazionali di importanti paesi membri dell’UE. Molto peculiare è, invece, la situazione dei paesi emergenti, che vede la flessione nei rispettivi redditi nazionali per il Brasile, la Russia, il Sudafrica, e la Turchia ed i loro fratelli minori, i c.d. paesi del Next 11 (Messico, Perù, Corea del Sud, Thailandia, Filippine, Malaysia, Indonesia, Pakistan, Vietnam, Bangladesh e Nigeria), mentre, tra i Bricst, l’India e la Cina, pur in crescita, vedono ridursi significativamente le aspettative di sviluppo. Anche la situazione politica evidenzia moltissime crepe, come evidenzia il collasso in Medio Oriente, l’esplosione dei flussi migratori dal mare della Libia e dai Balcani, ed il terrorismo, manifestatosi con particolare virulenza in Francia. In particolare, il sistema di alleanza con perno negli Stati Uniti si allenta: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, cercano ruoli autonomi, mentre l’Egitto ricerca un nuovo spazio. In tale contesto, Israele, appare essere sempre più isolato, mentre sembra rafforzarsi l’asse più avverso, quello sciita, intorno a un ruolo crescente dell’Iran, ed a fronte di maggiori consensi internazionali per una Palestina rappacificata tra le due entità nazionali.

 Le emergenze che hanno messo in crisi la governance sovranazionale

L’incapacità di saper rispondere all’emergenza migratoria ed al terrorismo ha messo, infine, in evidenza quella che noi riteniamo essere “la crisi istituzionale” dell’Europa, nitidamente evidenziata dalle costruzione di muri e barriere da parte degli stati nazionali e dal moltiplicarsi di  movimenti politici che chiedono una revisione dei trattati o l’uscita dalla Euro o dall’Unione. La guerra in Siria e Iraq, evento che ha scatenato l’attuale emigrazione di massa, ha gettato nel caos anche la Grecia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca,  la Francia, ed il Regno Unito, paesi che, fino a quel momento, non si erano trovati a dover gestire, com’è stato per l’Italia, il flusso dei migranti provenienti dalle coste libiche e tunisine. Tale fatto ha, evidentemente, colto impreparati i vari ministeri degl’interni e ha dimostrato, una volta di più, la fragilità dell’intera Unione Europea che non ha avuto capacità di attuare vere politiche di coordinamento sull’accoglienza o l’eventuale respingimento dei migranti. L’uscita di un paese membro dall’Unione Europea, peraltro, questione fino ad ora sempre paventata e mai concretizzatasi, si rende sempre più possibile con l’avvicinarsi del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’unione, con l’anticipazione all’estate 2016 della consultazione. Peraltro verso, gli accordi conclusi non più tardi di ieri, dove il governo inglese ha negoziato (per il suo appoggio positivo all’Unione) un regime di favore per l’Inghilterra, non mancheranno di alimentare analoghe iniziative nei vari altri paesi membri, rendendo sempre più deboli le argomentazioni di coloro che sostengono un’accettazione, senza sé e senza ma, della causa europea. La crisi europea, dunque, va di pari passo, a nostro modo di vedere, con quella del modello di governance mondiale proposto fino a qualche tempo fa  che vedeva nelle democrazie liberali (americana ed, appunto, europee) gli unici soggetti destinati, per  superiorità economica, politica e morale, a dettare le condizioni per gestire i conflitti internazionali.In generale, dunque, ciò che palesa l’esperienza del 2015 e dei primi mesi del 2016 è, dunque, che non si possa più prescindere dal tener conto delle ragioni e della forza di paesi con regime autoritario quali la Cina, l’Arabia Saudita, l’Irak, la Siria e, soprattutto,  la Russia.