Egitto, Regeni aveva dato fastidio al regime? Aperta un’indagine per omicidio

Il corpo del ragazzo è stato consegnato dalle autorità egiziane all’Ospedale italiano Umberto I del Cairo. Lo si è appreso nella capitale egiziana. E col passare delle ore emergono altri particolari sulla morte di Giulio Regeni al Cairo. Primo, che si è trattato di un omicidio; secondo, che il giovane era attivo nel campo dei diritti civili e che per questo ha dato fastidio a qualcuno; terzo, che l’Egitto di oggi, del “dopo rivoluzione”, rimane una dittatura come e peggio di quella di Hosni Moubarak. Si procede per il reato di omicidio nel fascicolo aperto dalla procura di Roma sulla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore universitario deceduto in Egitto. L’indagine, ancora contro ignoti, è stato affidato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone al pm Sergio Colaiocco. Il magistrato ha affidato la delega alla polizia giudiziaria a svolgere i primi accertamenti preliminari. Si è appreso che Giulio Regeni collaborava con il quotidiano Il Manifesto e utilizzava uno pseudonimo perché temeva per la sua incolumità. Lo riferisce la redazione de Il Manifesto, precisando che il giovane si occupava in Egitto in particolare dei sindacati del Paese. Inoltre uno degli amici egiziani di Giulio Regeni ha detto di aver ricevuto alcune mail e chiamate dal ricercatore friulano che gli chiedeva contatti di attivisti del diritto del lavoro affinché potesse intervistarli per la sua tesi, riferisce il sito dell’autorevole quotidiano Al Ahram senza precisare il nome del testimone che ovviamente ha richiesto l’anonimato. L’amico ha riferito che Regeni prometteva di non fare interviste o lavoro sul campo prima del 25 gennaio, giorno della sua scomparsa e del quinto anniversario della rivoluzione anti-Mubarak (preceduta da numerosi arresti e perquisizioni ai danni di oppositori del governo). «Poi, la mattina del 25 gennaio, Regeni mi ha mandato un messaggio chiedendo se c’erano programmi per una festa di compleanno di uno dei nostri amici. Da allora non l’ho sentito più», ha detto l’indagato. «Sono stato convocato da ufficiali della sicurezza dopo la scomparsa di Regeni, e le loro domande erano focalizzate sugli scopi della sua visita e dei suoi studi».

Il giovane Regeni collaborava col Manifesto

«Stasera avremmo dovuto suonare insieme, noi del quartetto musicale di cui fa parte anche Claudio Regeni, il padre di Giulio, che suona la chitarra e canta». Lo ha detto Bruno Lasca, amico di famiglia, assessore al comune di Fiumicello. In realtà Lasca è diventato amico dei Regeni proprio grazie a Giulio, con il quale si incontrava spesso, quasi ogni volta che il giovane rientrava a casa. Poi, la militanza politica condivisa proprio con la madre di Giulio, Paola, per due volte candidata nella stessa lista civica di Lasca, Sinistra per Fiumicello. Paola, maestra d’infanzia in pensione, Claudio rappresentante, spesso in giro per il Nord Italia; due figli, Giulio e una ragazza di 22 anni, laureatasi un anno fa e che si trova in questi giorni a Trieste da parenti. Una famiglia affiatata nella descrizione di Lasca, partita la settimana scorsa per l’Egitto per «problemi con Giulio». Lasca aveva pensato a «problemi di salute, invece poi domenica ho appreso dalla rete che cosa era accaduto». In Egitto ci sono centinaia di persone scomparse, altre trovate morte dopo una detenzione extragiudiziale, torture e abusi: le organizzazioni per la difesa dei diritti civili, Human Rights Watch in testa, puntano il dito contro le forze di sicurezza egiziane, accusate di aver represso nella violenza ogni forma di opposizione al governo del generale Abdel Fattah al Sisi. Amnesty International e Hrw concordano sul fatto che dopo la destituzione del presidente Mohamed Morsi, nell’estate del 2013, l’Egitto «ha vissuto un drammatico deterioramento sul fronte dei diritti umani. Il governo ha severamente limitato la libertà di espressione, associazione e incontro. Migliaia sono stati arrestati nell’ambito di un giro di vite al dissenso, con alcuni detenuti scomparsi», scrive Amnesty International nel rapporto del 2015. E la repressione prosegue.