Diciassette anni fa moriva Pinuccio Tatarella: Gasparri lo ricorda

Difficile dire qualcosa di che non sia già ampiamente stato argomentato su Giuseppe Tatarella, di cui ricorre il 17° anniversario della morte. Cosa aggiungere a quanto riconosciuto, attestato, dimostrato e già ampiamente commentato sul lungimirante Pinuccio che per primo ebbe la lucida follia, in tempi di discriminazioni e conventio ad excludendum, di pensare la destra di governo ? Forse potrà bastare il semplice ricordo della sua umanità applicata a un’idea di politica che non ha mai ammesso etichette e visioni limitate al contingente. O forse andrà aggiunto che stiamo tornando a parlare di una personalità solida quanto generosa, che non ha mai guardato al particolare, al “questo” e “ora”. Di questo, e di tutto quanto può giustificarlo o testimoniarlo, abbiamo paralto con Maurizio Gasparri, che di Tatarella fu amico e con il quale condivise le passioni e l’impegno di una curciale stagione politica per la destra

Senatore Gasparri, in occasione di una passata ricorrenza celebrativa lei disse: «Tatarella ci ha lasciato l’8 febbraio 1999. Le sue idee no. Chi le coltiva le metta in pratica». Ecco, le chiedo, come? E chi, secondo lei, è davvero in grado di farlo e lo fa oggi?

Chi sposa idealmente, ed è capace di tradurre concretamente, la sinergia tra istanze civiche e necessità politiche. Chi, pur tenendo fermamente saldi e precisi i contenuti, riesce ad operare una costruttiva sintesi tra patrimonio delle idee e attualità sociale. Chi ha una visione aggregante della politica, in grado di ottemperare, senza mai cedere al facile compromesso, alle più differenti necessità governative – dalla proposta economica al concetto di famiglia, fino all’idea di Stato –. Chi, forte della lezione che Tatarella ci ha impartito e lasciato in eredità – imperniata sorpattutto sull’unità di tutte le forze moderate alternative alla sinistra – continua a puntare su una destra aggregante e in prima linea sul fronte delle battaglie politiche. Chi, più e meglio, è in grado di rafforzare un’area comune, una vera coalizione – allora può realmente considerarsi pronto a gestire l’eredità culturale e politica lasciataci da Tatarella.

Qualche anno fa, lei disse che «a destra, chi sostenne fin dagli anni Ottanta l’idea di centrodestra fu Pinuccio Tatarella, selezionando gruppi di dirigenti. Fece arrivare pronta la destra all’appuntamento del ’94». Allora le chiedo, il progetto tatarelliano incentrato sull’unione e coesione di forze nazionali, cattoliche, liberali come può declinarsi nell’attuale situazione politica e parlamentare?

Il sogno del presidenzialismo tanto auspicato da Tatarella non si è ancora compiuto. Quello che posso dirle però, tornando indietro con la memoria, è che quando il centrodestra era politicamente unito, anche se ancora formalmente «spacchettato», come si direbbe oggi, nella coalizione tra Forza Italia, Alleanza Nazionale, Ccd e Lega, l’unità che Tatarella perseguiva con tenacia, con il suo obiettivo di andare «oltre il Polo» e oltre gli interessi personali e le affermazioni politiche individuali, era un principio saldo. Un principio oggi rinnegato da tutti quelli che, come nel caso di Fitto, per esempio, sembrano aver dimenticato la lezione di Pinuccio: una personalità carismatica e di concordia il cui valore, non a caso, è stato riconosciuto anche a sinistra.

Lei ci ha fin qui ricordato la personalità di concordia di Tatarella, politico apprezzato anche a sinistra; dello spirito aggregante che ha animato le sue battaglie di sostenitore di una alchemica coesione tra le forze in campo. E allora, riunire i moderati italiani al di là del Polo e dell’Ulivo e puntare alla conquista di indecisi e astensionisti: come perseguirebbe questo obiettivo oggi Tatarella?

Con il suo proverbiale modo di fare e intendere la politica. Quello di un fautore ante litteram della democrazia diretta, un concetto che oggi soffrirebbe a veder stravolto dall’interpretazione pentastellata applicata al web e rivendicata dagli esponenti grillini. Con la sua indiscussa fede nel confronto dialettico e costruttivo. Con le sue doti di uomo e di politico, capace di dialogare con i più alti vertici istituzionali, come con l’ultimo degli attivisti; sostenitore sempre della massima considerazione del suo interlocutore di turno. Lui, che non amava molto l’etichetta e il suo rigore formale, e che era direttamente Pinuccio, appassionato “ministro dell’armonia” che – tessendo e mediando – ha saputo coniugare davvero, come oggi non si usa – o non si riesce? – più a fare fino in fondo…